la storia

Il soldato Pala morì in un lager sul fronte russo, la verità dopo 73 anni

A ricostruire la tragica vicenda del nonno le tre nipoti: l’artigliere di Pozzomaggiore fu internato nel 1943 a Volsk

SASSARI. Di lui, fino a qualche settimana fa, restava una foto color seppia e qualche lettera d'amore. Si chiamava Giovanni Angelo Pala, era nato a Pozzomaggiore il 28 agosto del 1919, e in quell'immagine avrà avuto 22 anni. Indossa una divisa del 120° Reggimento Artiglieria, pantaloni alla zuava, sguardo fiero del soldato, guai ad abbozzare mezzo sorriso, in una di quelle fissità spontanee sigillate dai fotografi di inizio secolo.

La sua storia è finita dentro un buco nero profondo 73 anni. Un luogo fatto di nulla e specialmente di buio.

Il soldato Pala, infatti, veniva dato per disperso nel dicembre del 1942 sul fronte Russo. Le truppe italiane erano in piena ritirata, l'Armata Rossa sferrava continui attacchi, e dopo un bombardamento di questo militare si è persa ogni traccia.

Ad aspettarlo a Ittiri, nella sua casa, c'erano una moglie di 20 anni (Michela Sechi) e una figlia nata da qualche mese (Giovanna Angela Pala), e mai stretta tra le braccia. Ormai sono entrambe decedute, ma nel cuore hanno sempre custodito la segreta speranza di rivederlo in vita.

Giovanni Angelo Pala in divisa
Giovanni Angelo Pala in divisa

A riesumare questa vicenda da un fondale ormai quieto e a increspare nuovamente i ricordi, ci ha pensato una lettera del Ministero della Difesa. È arrivata a Ittiri il 3 febbraio, come un'eco dal passato. A riceverla sono state le tre nipoti, le sorelle Dettori, figlie di Giovanna Angela. «Mio nonno era stato catturato dai Sovietici e internato nel Lager ospedale 1691 di Volsk, Regione Saratov in Russia, dove morì in circostanze non chiarite il 2 maggio 1943, all'età di 23 anni – dice Maria Baingia Dettori – Fu sepolto in una fossa comune, per cui risulta impossibile riportarne i resti nell'amato paese di Pozzomaggiore».

Tutto questo distillato in una manciata di frasi , asettiche come l’inchiostro che proviene dai luoghi istituzionali. La firma è quella del Generale Giuseppe D'Accolti, del Commissariato per le Onoranze ai Caduti in Guerra del Ministero della Difesa.

È successo questo: nel 1992 il Governo Italiano è entrato in possesso degli Archivi sovietici. Ogni informazione era scritta in cirillico e la traduzione ha richiesto molto tempo. Dopodiché la ricerca dei parenti, l’invio delle lettere. E migliaia di storie sospese si sono dolorosamente riannodate. «Le sorti di un giovane sardo spedito a combattere sul Fronte russo nella Seconda Guerra Mondiale sono racchiuse in queste poche righe – dice Maria Baingia Dettori – resta il dolore e il rammarico per una figlia e per le nipoti di non aver mai conosciuto, il padre e il nonno. In fondo abbiamo vissuto una vita monca dal punto di vista affettivo che le poche parole di riconoscenza da parte dello Stato non riusciranno mai a colmare».

Di questo giovane nonno, che per le nipoti ormai cinquantenni potrebbe essere quasi un figlio, resta poco. L’involucro di una foto, dei lineamenti da riscoprire nelle curve del proprio viso, e una serie di racconti di seconda mano. «Nostra madre ci diceva sempre che nonna in cuor suo non si era mai rassegnata ad averlo perso. Dopo di lui non si èa mai voluta risposare».

L’aveva conosciuto a Ittiri, era venuto con due amici per una festa. Si erano frequentati e si erano sposati giovanissimi. Lei era rimasta incinta e lui era partito in guerra. E dal dicembre del 42 aveva smesso di dare notizie. Michela Sechi allora si era rivolta anche al Vaticano, aveva scritto al Governo. La risposta era che il soldato Giovanni Angelo Pala veniva dato per disperso. «Anche dei commilitoni avevano confermato. E così mia nonna anni dopo ha conosciuto nuovamente l’amore, ha trascorso la sua vita con un nuovo compagno con il quale ha avuto tre figlie: ma non si è voluta sposare». E poi c’è un episodio singolare: «Una volta ha preso coraggio e lo ha confessato alla figlia: era convinta che nonno un giorno fosse ritornato a Ittiri e che di nascosto fosse passata a trovarla. L’aveva vista con un altro uomo e aveva preferito andarsene via in silenzio, per rispetto, senza turbarla».

Era un bravo ragazzo, dicono, col cuore puro. Veniva da una famiglia benestante, di proprietari terrieri, aveva una buona istruzione e una calligrafia aggraziata. «Nelle sue lettere ci sono anche accorati appelli ai parenti per ottenere la licenza in occasione della mietitura. In altre lettere si percepisce la nostalgia per la lontananza dalla giovane sposa. Le dà consigli per cavarsela da sola». Altre corrispondenze sono invece meno sentimentali e più pratiche: «C'è la richiesta di lamette, carta da lettere, inchiostro, piccoli oggetti della quotidianità che sono l'unico legame alla vita vera, quella della sua famiglia. I riferimenti ai fatti bellici sono molto rari, per paura di cadere nella censura». E c’è naturalmente il rimpianto per non aver mai potuto conoscere la figlioletta.

La moglie però gli aveva spedito una piccola foto, un tantino sgranata e sottoesposta. E lui, in una lettera aveva scherzato così: «Ma la bimba non è un po’ troppo scura? Siamo sicuri che sia mia? Ripongo in te la mia profonda fiducia». E così quella minuscola immagine era il legame d’amore che scaldava un po’ il petto nel gelo del fronte russo. «La teneva sempre con sé nei momenti di sconforto». In fondo aveva solo 23 anni e la sacrosanta speranza, un giorno, di poterla stringere, baciare e crescere.

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