Fusioni di Comuni: un sardo unifica 4 paesi in Emilia

Giorgio Orrù, cagliaritano, vice prefetto di Reggio, è il commissario che porterà il nuovo Comune di Ventasso alle prime elezioni amministrative. Uno scenario per ora improponibile in Sardegna

Quattro paesini, un pulviscolo di frazioni, 37 cimiteri e un futuro da reinventare. Quattro piccoli Comuni sofferenti hanno deciso di diventare uno solo: sempre piccolo, ma di sana e robusta costituzione. A unificarli è un cagliaritano, il vice prefetto Giorgio Orrù. Non nella sua Sardegna, dove un simile evento sarebbe più straordinario della scoperta delle onde gravitazionali.

Il nuovo Comune è Ventasso, in provincia di Reggio Emilia, dentro il Parco nazionale dell'Appennino tosco-emiliano: mette insieme Busana, Collagna, Ramiseto e Ligonchio, noto per essere il paese natale della cantante Iva Zanicchi.

 In tutto 4300 abitanti (nel 1950 erano 11mila) su una superficie notevole, 258 chilometri quadrati, il 61° Comune per estensione in Italia. Con il referendum che il 31 maggio scorso ha approvato la fusione le popolazioni hanno scelto anche il nome: il Ventasso è un monte di 1727 metri (poco meno delle cime più alte del Gennargentu) frequentato da sciatori e amanti degli sport estremi.

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Giorgio Orrù - 59 anni, vice prefetto di Reggio Emilia, carriera iniziata a Nuoro con tappe anche a Bologna e Padova - ha assunto l'incarico di commissario all'inizio dell'anno e condurrà Ventasso alle elezioni amministrative di fine maggio.

 «Ventasso - spiega - nasce in una realtà di Comuni sparsi: quattro piccoli centri principali e tantissime frazioni, alcune di due/tre case. Qua c'è la trattoria o il baretto e si va avanti con il turismo legato alla montagna, là c'è il taglialegna e si vive dei prodotti del bosco… L'obiettivo è fermare lo spopolamento e valorizzare le risorse naturali e i prodotti tipici, come il parmigiano reggiano di altissima qualità. In più ci sono gli incentivi della Regione (tre milioni) e quelli statali previsti dalla legge Delrio del 2014 (quattro milioni)».

Zone interne, territori vastissimi, spopolamento… Vi ricorda qualcosa? Sì, ma non risulta che qualche paese sardo voglia ispirarsi alla ricetta emiliana. I sindaci dei piccoli Comuni isolani ruggiscono contro la proposta di legge del parlamentare marchigiano Emanuele Lodolini per rendere obbligatorie le fusioni tra centri al di sotto dei 5mila abitanti. «Non si possono unire con un clic popolazioni indipendenti da centinaia di anni» (Emanuele Cera, San Nicolò Arcidano). «Vogliono certificare la morte delle autonomie locali in Italia» (Antonio Satta, Padru). Proposta «farcita di populismo e di bullismo politico-amministrativo» (Alessandro Corona, Atzara).

E le Unioni di Comuni, a cui la riforma regionale sarda degli enti locali assegna un ruolo fondamentale? Niente di nuovo per i quattro paesini emiliani che erano già affratellati dal 1999 nell'Unione dell'Alto Appennino Reggiano, con gestioni associate del personale, dei tributi e dei servizi, e con un unico istituto scolastico comprensivo. Ma non è bastato.

«Ci siamo trovati di fronte a un bivio - dice Daniela Pedrini, ultimo sindaco di Busana -: lasciarci morire lentamente, con pochi soldi, poche persone, poche possibilità di scegliere. Oppure costruire un progetto politico innovativo».

Quindi, addio alla sovranità per disegnare una strategia di sopravvivenza, se non di sviluppo. Agli incentivi statali e regionali si sommeranno i risparmi: riduzione dei costi della politica (12 consiglieri comunali invece di 40); taglio del personale (dei 48 dipendenti complessivi alcuni andranno presto in pensione, altri cambieranno ente); ulteriore razionalizzazione dei servizi.

«La sede del Comune sarà a Busana - spiega Giorgio Orrù - ma tutti i paesi manterranno il loro municipio, inteso come ufficio che fornisce i servizi di base. Insomma, non ci si dovrà spostare per un certificato».

Può funzionare? È un tentativo velleitario? Non è l'unico in Italia: sono 25 i nuovi Comuni istituiti il primo gennaio 2016 in seguito a fusioni, di cui 17 in Trentino-Alto Adige. Ma in Sardegna la tendenza è ancora alla separazione, come dimostra il caso di Porto Conte che sta completando l'iter per l'autonomia da Alghero.

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Non a caso Giorgio Orrù ha avuto proprio in Barbagia un'esperienza opposta a quella di Ventasso: quasi trent’anni fa curò il passaggio di Lodine (meno di 400 abitanti) da frazione di Gavoi a Comune autonomo. Dal piccolo al microscopico.

 «In Sardegna è facile che tra centri vicini ci siano contrasti, più che collaborazione - dice il vice prefetto di Reggio -. Intendiamoci: il campanilismo esiste dappertutto, Emilia compresa, ma qui alla fine si capisce di aver bisogno gli uni degli altri. Più solidarietà e meno separazione. Anche perché c'è una maggiore presenza dell'uomo nelle campagne. In Sardegna possiamo attraversare spazi enormi senza vedere anima viva».

Un destino desertico che ormai incombe su molti comuni italiani. Per Busana, Collagna, Ligonchio e Ramiseto l’appartenenza alla ricca Emilia non è più una garanzia di salvezza. Provano a creare qualcosa di nuovo, tutti insieme, con il prezioso aiuto di un sardo. Giorgio Orrù ha davanti a sé ancora tre mesi di lavoro. La parte più faticosa? «Potrà sembrare strano: i cimiteri. Ogni frazioncina ha il suo. In tutto sono 37, con tariffe diverse. Non sarà facile uniformarle senza scontentare nessuno».

 

 

 

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