«Ecco il volto della guerra»

L’addio a Piano nel Palasport gremito, arriva anche l’ex-ostaggio Pollicardo

INVIATA A CAPOTERRA. Isa Fois ha riportato a casa suo marito Fausto Piano nella bara, dopo giorni di attesa a Roma per riaverlo e dopo otto mesi di sofferenza pura nell’intermittente illusione di un ritorno, sperato fino all’ultimo. Il corteo diretto al funerale, partito dalla camera ardente alle 14 secondo una regìa studiata nei dettagli dal Comune, si è volutamente fermato in via Carbonia 12 davanti alla villetta colorata, frutto di anni di lavoro. Seguita da una folla di compaesani e autorità sotto una pioggia battente, Isa Fois ha camminato fino a casa sua e quando è arrivata davanti all’ingresso si è fermata, qualcuno ha aperto il portellone del carro, lei ha chinato il capo sulla bara del marito e con lui ha parlato, sciolta in un pianto disperato. Poi si è rivolta al figlio Stefano che da giorni la segue come un’ombra assieme al fratello Giovanni, anche lui dipendente della Bonatti, e alla sorella Maura. Ma ieri sotto un cielo che piangeva c’era anche un’altra figura dolente che teneva saldamente il braccio della fragile signora Piano: Gino Pollicardo, il tecnico liberato assieme a Filippo Calcagno neppure due giorni dopo l’uccisione dei colleghi Fausto Piano e Salvatore Failla. «Non ce lo hanno dovuto chiedere due volte di venire – dirà poi con dolcezza la moglie Emma dopo il funerale – volevamo farlo».

Camera ardente. Gino Pollicardo è arrivato nella camera ardente allestita nella sala del consiglio comunale poco prima delle 14 assieme a Stefano Piano che, ancora una volta, al sindaco Francesco Dessì in veste ufficiale con la fascia tricolore ha ricordato quale speranza avessero ormai tutti sul ritorno imminente di Fausto soltanto venti giorni prima. Poco prima di raggiungere il palazzetto, ancora per espresso desiderio di Isa Fois, la bara è stata portata nella chiesa di Sant’Efisio per una benedizione, il bel canto di Eleonora Dessì e di sua madre Mariangela Marras ha accolto il corteo silenzioso. «Questa è una di quelle morti che ci cambiano – ha detto mezz’ora dopo l’arcivescovo di Cagliari monsignor Arrigo Miglio nella sobria omelia in un palazzetto dello sport gremito di persone –. Ci chiede di guardare lontano per valutare le conseguenze delle nostre scelte. Nella casa di Fausto oggi vediamo il vero volto della guerra, vediamo tutta la dimensione orribile delle culture che la tollerano o che la promuovono. La morte di una vittima innocente pone domande di senso, di fronte alla morte e all’ingiustizia avvenute sulle rive del nostro stesso mare ci facciamo domande inquietanti che non devono lasciarci mai più tranquilli e indifferenti... le nostre domande devono diventare impegno».

La folla. Gino Pollicardo seduto accanto ai familiari di Fausto Piano ogni tanto abbassava il capo, annuiva col viso scavato, la moglie non gli ha lasciato il braccio per tutta la funzione religiosa. Il corteo preceduto dalla consorelle velate di nero, dal parroco di Sant’Efisio don Sandro Zucca e dal parroco di Frutti d’Oro don Battista Melis, ha trovato una folla che lo attendeva. I cittadini che non hanno aperto negozi e bar per partecipare alla funzione religiosa, il presidente della Regione Francesco Pigliaru, i sindaci di Villa San Pietro, Sarroch, Pula,Santadi, Teulada, Uta, Assemini, Elmas, il comandante provinciale dei carabinieri, il prefetto di Cagliari. «Vi ringrazio di essere qua – ha salutato don Zucca – con discrezione e in profondo silenzio».

L’ordinanza comunale. Mentre il sacerdote parlava qualcuno ha invitato gli operatori tv a spegnere le telecamere: c’era un’ordinanza del sindaco che vietava le riprese durante i funerali. Una richiesta della famiglia e di don Zucca.

«Nonno Fausto». Quando la messa è finita, al microfono sono arrivate due ragazzine con un foglio. Martina e Michelle, le nipoti di una nuora di Fausto Piano, così vicine alla famiglia che anche per loro Piano era «nonno Fausto». Martina ha letto: «Ciao nonno Fausto, tu hai avuto molto affetto per noi e noi per te, tu eri una persona speciale, sempre col sorriso sulle labbra. Rimarrà nel nostro cuore il ricordo di quell’ultimo giorno a sa Illetta, hai giocato tanto con noi. In questi mesi dicevamo sempre a mamma e papà: dai facciamo un cartellone per festeggiare nonno Fausto quando lo liberano. Ma tu ora festeggi in cielo perché sei speciale, a Isa diciamo quello dicevi tu: se mi ami non piangere. E anche: il tuo sorriso è la mia pace. Sì, è vero, noi non dobbiamo piangere perché, come dice Leo, nonno Fausto ha cambiato lavoro: ora accende le stelle in cielo». Un caloroso applauso ha salutato le ragazzine che, girato attorno al leggìo, si sono avvicinate alla bara per un ultimo saluto. Molti piangevano, Gino Pollicardo e sua moglie erano fra questi. Inutile insistere per parlare con loro: non era il momento e il luogo giusti, la commozione di Pollicardo e di sua moglie era una cosa viva, il volto del tecnico sopravvissuto esprimeva emozione e dolore, le premure della moglie quasi una conferma delle difficoltà di un uomo che per otto mesi ha temuto di morire ogni giorno. Durante la messa il suo volto accompagnava le parole di monsignor Miglio

con moti di sofferenza profonda.

La ditta Bonatti. Impossibile sapere se nella cerimonia al palazzetto ci fosse un rappresentante della ditta Bonatti di cui Fausto Piano era dipendente. «A Roma c’erano – dice un familiare – li abbiamo incontrati, qui non saprei dire se sono venuti».

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