Ora spunta un tesoretto

Nelle perquisizioni trovati 100 mila euro nascosti in due abitazioni

ORISTANO. Politica e malaffare respiravano dalla stessa bombola di ossigeno. In uno scambio di energia vitale si alimentavano l’una con l’altro. È il sistema della “Squadra” e «Il sistema vince sempre», citando il film Matrix. Fantascienza. Invece questa non è finzione e la Squadra, dopo aver dominato per anni, è crollata inciampando su un appalto tutto sommato minore e su un esposto anonimo, quello che aveva dato vita alla prima tranche d’inchiesta culminata con gli arresti del 28 aprile di un anno fa.

Il copione si ripete oggi, nell’aprile del 2016, mai monotono. Anzi, la tensione sale di livello assieme all’innalzarsi della posizione sociale dei suoi nuovi protagonisti. La sceneggiatura è già scritta e ricalca quella di un anno fa. Così ieri mattina, di fronte all’ufficio del giudice per le indagini preliminari Annie Cecile Pinello, si sono affacciati i primi indagati e i loro avvocati. Affacciati e nulla più, perché nessuno di loro per ora ha risposto alle domande del giudice che ha disposto le diciassette misure cautelari richieste dal pubblico ministero Armando Mammone, il quale coordina l’inchiesta affidata al Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Oristano e ai carabinieri della Compagnia di Tonara.

Al palazzo di giustizia non c’erano i big dell’indagine, rinchiusi nelle loro celle. Per l’ingegnere desulese Salvatore Pinna e per i due politici di Forza Italia, Antonello Peru e Angelo Stochino l’appuntamento è nei prossimi giorni, forse già oggi almeno per qualcuno di loro. Ma a Oristano – il tribunale è sede dell’inchiesta per competenza territoriale visto che Desulo, Aritzo e Tonara luoghi in cui sono stati riscontrato i primi reati fanno parte del suo circondario – quattro delle persone ai domiciliari hanno avuto il primo fugace contatto con il giudice.

Fulvio Maurizio Pisu, 69 anni di Lanusei, ingegnere e commissario di gare d’appalto e Francesco Franco Lai, ex assessore ai Lavori pubblici del Comune di Tertenia, entrambi difesi dall’avvocato Fabrizio Demurtas, hanno chiesto tempo. Per ora non parlano, ma non è una strategia difensiva, c’è semplicemente la necessità di leggere tutti gli atti. Per questo si ripresenteranno dal giudice nei prossimi giorni. Ed è lo stesso motivo per cui, sempre ieri, sia Beniamino Lai, ex presidente del Consorzio Industriale dell’Ogliastra difeso dall’avvocato Massimiliano Marcialis, sia Giovanni Chierroni, commissario di gare d’appalto difeso dall’avvocato Pasquale Ramazzotti, hanno chiesto di avere qualche giorno di tempo.

La mole di atti è notevole e in un giorno nemmeno la copiosa ordinanza di oltre trecento pagine poteva essere esaminata esaustivamente. Anche perché c’è da rispondere a qualcosa di molto dettagliato, visto che le intercettazioni in essa riportate fanno capire chiaramente come funzionasse il sistema della Squadra.

Salvatore Pinna, assistito dagli avvocati Giulia Bongiorno e Daniela Meloni, sarebbe stato il vertice della piramide assieme ai due consiglieri regionali di Forza Italia, Angelo Stochino e Antonello Peru che hanno scelto gli avvocati Marcello Caddori e Luigi Esposito per difendersi. Sotto, secondo le accuse, cresceva rigoglioso quel mondo di collusione e connivenze in grado di pilotare gli appalti e garantire i finanziamenti ai soliti sospetti. Innaffiato da tangenti vere o mascherate attraverso fatturazioni fittizie o l’assegnazione di incarichi di progettazione quale moneta di scambio per i due politici che, grazie alla loro posizione a palazzo, potevano influenzare le decisioni sui finanziamenti pubblici.

Soldi, un mare di soldi. Milioni di euro che stridono quasi con le somme, peraltro notevoli visto che si tratta di contanti, sequestrati nel momento in cui sono state effettuate le perquisizioni all’alba di martedì. Contestualmente all’ordinanza di custodia cautelare che ha previsto i tre arresti in carcere, le tredici persone finite ai domiciliari e quella per cui è stato deciso l’obbligo di dimora, gli inquirenti hanno trovato in due cassetti di due case diverse delle belle cifre: 27mila euro e 75mila euro. Banconote che, difficilmente, uno tiene con sé a meno che non ci siano motivi validi per evitare di andare a depositarle in banca.

Chi indaga sospetta che fossero soldi che dovessero sparire o che non potessero comparire, perché non giustificabili. Anche perché qualcuno degli indagati, dopo la prima retata di arresti, aveva forse capito che l’aria che tirava non era più salubre. Nelle intercettazioni interrotte proprio nel momento della prima ondata di arresti di un anno fa, più d’uno dei futuri bersagli dell’indagine si chiedeva se sui giornali fossero comparsi i loro nomi o se le opere per le quali sapevano di aver dato sostegno o, peggio, di essere stati promotori del sistema fossero tra quelle ritenute “sospette”.

La procura oristanese sapeva già che il coperchio tolto era solo quello della prima pentola. In realtà, dal 28 aprile 2015, per sei mesi il pool di investigatori altro non ha fatto se non ascoltare le interminabili conversazioni telefoniche. Sino a ottobre, giorno dopo giorno, per capire quanto in alto si fosse spinta la lobby degli appalti e chi, al di là di qualche sindaco di piccoli paesi del Nuorese e del Cagliaritano, avesse avuto le chiavi per

accedere alla Squadra che, con la supponenza degli invincibili, mostrava i muscoli. Sino al momento della caduta, quello più difficile da ammortizzare. E ora la domanda diventa una sola: qualcuno parlerà, come già accaduto per la precedente tranche dell’inchiesta?

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