Giallo di Nule, il padre di Stefano Masala si appella agli indagati: "Diteci dov’è il suo corpo"

 Dopo la scomparsa del figlio il papà del giovane di cui non si sa più nulla da 11 mesi si rivolge ai sospettati del suo omicidio: «Immedesimatevi in noi, il dolore ci sta consumando»

NULE. «Vi è rimasto un briciolo di coscienza? Riuscite per un attimo a immedesimarvi nel nostro dolore?». Questa volta si rivolgono direttamente a loro, a quelli cioè che la Procura indica come responsabili dell’omicidio di Stefano Masala: i due giovani di Nule e di Ozieri. Ma si rivolgono anche ai padri e alle madri di questi ragazzi, perché, a loro dire, non possono non sapere.

Marco Masala, il babbo del trentenne di cui non si hanno più tracce dal 7 maggio scorso, è molto stanco, consumato dall’attesa e da una speranza che di ora in ora si fa sempre più flebile. Ma ha fiato da vendere quando si tratta di tirare fuori la rabbia: «È mai possibile che voi esseri umani (se così vi si può chiamare) non abbiate una coscienza? È mai possibile che non riusciate a immedesimarvi nel nostro immenso dolore e non siate in grado di capire lo strazio che stiamo vivendo?». Il senso di queste parole è chiaro: diteci dove si trova il corpo di Stefano, fate qualcosa che ci aiuti a ritrovarlo e riportarlo a casa.

La disperazione è tanta e alla sofferenza non riescono nemmeno più a dare una dimensione: «Siamo troppo stanchi per continuare ad aspettare, il dolore ci logora dentro e inesorabilmente ci sta consumando. In particolar modo mia moglie Carmela – dice Marco – che lotta ogni secondo della sua fragile esistenza con la speranza di abbracciare l’amato figlio. Ma cosa bisogna fare per non soccombere ancora?». È un appello duro, accorato, molto più forte di altri lanciati in precedenti occasioni. Perché il messaggio per la prima volta è indirizzato ai diretti interessati e a chi, vicino a loro o agli altri indagati, sa qualcosa sulla scomparsa di Stefano e «ha il dovere di parlare».

Ma i destinatari sono anche gli inquirenti, le Procure di Nuoro e di Sassari: «Stefano ormai non lo si cerca più, o almeno non come dovrebbe essere cercato. Se è vero – così come pensano gli investigatori – che è stato ucciso dovrebbero utilizzare ogni mezzo messo a disposizione dallo Stato per trovarlo». Sanno molto bene che le indagini stanno andando avanti, che sono stati fatti accertamenti biologici, che hanno perquisito abitazioni e aziende, che altre due persone di Ozieri e Pattada sono state iscritte nel registro degli indagati (per armi e non direttamente per la scomparsa di Stefano) «ma a noi – tiene a precisare Marco Masala – non serve solo leggere che altre persone sono indagate. A noi interessa solo che finalmente si arrivi alla soluzione di questa intricata e orrenda vicenda».

Non hanno più la forza di credere alle parole, vorrebbero vedere elicotteri sorvolare le campagne e cani molecolari tra la vegetazione a inseguire ogni più piccola traccia.

«È passato quasi un anno da

quando nostro figlio non è più a casa. È arrivato il momento di concludere le indagini e di catturare chi ha la responsabilità di tutto questo». Ma quando succederà, è questo l’auspicio di Marco Masala, «non dimentichino che noi rivogliamo a casa nostro figlio».

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