Delitti Monni e Masala, i misteri: dov’è Stefano? Caccia alla pistola sparita

Dal corpo del giovane di Nule non ancora ritrovato alla trattativa sull’arma di Pinna: il padre del 18enne accusato di omicidio andò dai Monni per riaverla

NUORO. La pistola è la causa scatenante del delitto. Una pistola di cui si è parlato per oltre un anno ma di cui non si è mai saputo nulla: modello, calibro, matricola. Niente. Una pistola che Paolo Enrico Pinna, all’epoca minorenne, si era portato a Orune quella sera del 13 dicembre 2014 quando insieme al compaesano Stefano Masala era andato alla manifestazione Cortes Apertas e si era poi trattenuto a ballare in una sala allestita per l’occasione.

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Tra le cause scatenanti dei terribili fatti di sangue che hanno sconvolto Orune e Nule c'è un messaggio con i versi di un poeta sardo arrivato sui telefonini di un gruppo di amici. Offese e derisioni destinate a Paolo Pinna? Forse no. Ma secondo gli inquirenti per quelle frasi dialettali un giovane di 17 anni si è trasformato in uno spregiudicato assassino

Dopo aver bevuto in abbondanza per tutta la sera, il ragazzino aveva cominciato a diventare molesto, strusciandosi su alcune ragazze del paese e palpandone altre con spavalderia e arroganza. Fino a quando un gruppo di ragazzi di Orune non l’aveva bloccato. Ma Paolo Enrico Pinna non si era perso d’animo. Li aveva affrontati e quando Gianluca Monni era andato a chiedergli conto del motivo per il quale avesse importunato la sua fidanzatina, lui gli aveva messo la mano sinistra sul petto per tenerlo a distanza e poi aveva velocemente tirato fuori dalla tasca la pistola. Che nessuno ha saputo descrivere.

Questo il racconto di uno dei testimoni: “Dalla mano di Pinna, che era tenuta alta di fronte alla faccia di Gianluca, sporgeva una parte metallica un po’ lunga. Quando ho visto la scena sono rimasto pietrificato. Gianluca immobile con le mani basse e le braccia lungo il corpo. E Pinna che impugnava qualcosa nella mano destra e la puntava all’altezza del viso di Gianluca. Dopo ho visto qualcuno che si buttava addosso a Pinna e lo faceva cadere».

Poi, il pestaggio nel locale e quello molto più feroce alla periferia di Orune quando Paolo Enrico Pinna, che all’epoca del fatto aveva ancora 16 anni, a bordo della Fiat Panda nera guidata da Stefano Masala, era stato raggiunto da un nutrito gruppo di orunesi che, dopo aver fatto fermare l’utilitaria, avevano fatto scendere dall’auto Pinna minacciandolo con un fucile e invitato Masala ad andare via perché non c’entrava niente. Stefano era stato chiamato pochi minuti dopo al telefono ed era tornato indietro a prendere l’amico minorenne che era stato lasciato in mezzo alla strada pesto, sanguinante e bagnato dall’urina.

La trattativa. A questo punto, entrano in scena i genitori dei ragazzi più coinvolti nella storia. Il padre di Pinna aveva contattato il padre di Gianluca Monni, che conosceva per aver comprato mangime per il bestiame. L’unico obiettivo del padre del minorenne era la pistola. Quell’arma che il figlio, a 16 anni, si portava in tasca alle feste paesane. Per fare il balente. Pinna padre e figlio erano così andati a casa dei Monni con la scusa di di rappacificarsi, ma soprattutto per chiedere la restituzione della pistola, che il babbo avrebbe voluto regalare al ragazzino per il diciassettesimo compleanno. All’incontro era presente Gianluca e anche la mamma, mentre la fidanzata era rimasta in disparte e si era presentata soltanto quando Paolo Enrico Pinna aveva cercato di scaricare le colpe sugli orunesi e l’aveva sbugiardato platealmente. Allora il padre del minorenne sorridendo le aveva chiesto: «Ma non ti sarai davvero spaventata? Era solo una ragazzata, non c’era motivo di spaventarsi, quella pistola ha due sicure». E poi aveva continuato a chiedere con insistenza la restituzione dell’arma. Richiesta che ha continuato a fare anche nei giorni seguenti, chiedendo a Gianluca di impegnarsi per recuperarla, pronto a organizzare uno spuntino non appena gliel’avessero restituita. E aveva telefonato decine di volte alla madre dello studente ucciso per sollecitare e con maggiore insistenza nei giorni immediatamente precedenti e anche il giorno del diciassettesimo compleanno di Paolo. Un’insistenza strana, quasi inspiegabile. I carabinieri del Comando provinciale di Nuoro, al comando del capitano Luigi Mereu, hanno cercato l’arma dovunque, ma non sono riusciti a trovare nulla. Neppure a risalire, ecco l’omertà diffusa di cui hanno parlato il procuratore di Nuoro e quello dei minori di Sassari, a chi avesse disarmato Paolo Pinna nel locale da ballo di Orune. Su quell’episodio si sa tutto, ma i dettagli sono avvolti da un velo impenetrabile di omertà che neppure la morte di un ragazzo di 19 anni è riuscito far cadere.

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Dov’è Stefano? L’altra grande incognita di questa tragedia giovanile è la scomparsa di Stefano Masala. «Chi sa qualcosa, chi è a conoscenza di particolari utili ci aiuti perché ora il nostro obiettivo principale è quello di restituire il corpo di Stefano Masala ai suoi familiari» parole sofferte pronunciate dal comandante provinciale dei carabinieri di Sassari, Gianni Adamo, a chiusura della conferenza stampa. I carabinieri non hanno mai smesso di cercare il corpo del ragazzo scomparso. L’hanno fatto battendo a tappeto le campagne del Goceano, con l’ausilio dei cani molecolari, scandagliando laghi e invasi, controllando ogni anfratto e ogni grotta. Inutilmente. Solo Paolo Pinna potrebbe dire dove è stato nascosto il corpo. Era stato lui a vederlo per l’ultima volta la notte del 7 maggio 2015, quando insieme si erano allontanati da Nule sulla Opel Corsa grigia del padre di Stefano Masala, utilizzata per l’agguato a Orune e ritrovata bruciata in una campagna di Pattada. (plp)

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