Nule si libera da un incubo «Ora torniamo alla vita»

Il sindaco e la giunta promuoveranno iniziative insieme al Comune di Orune Silenzio nel paese barbaricino colpito nel profondo dalla morte di Gianluca

INVIATO A NULE. Nessuno lo dice apertamente, ma è come se il paese si fosse a liberato da un incubo. Appena l’altro ieri Paolo Enrico Pinna si faceva notare al bar in compagnia del padre Roberto, accompagnando la bevuta con risate reciproche. Ma non era la spensieratezza il motivo di quella complicità tra un genitore e il figlio diventato adulto: a leggere gli atti dell’inchiesta che ha portato il giovane in carcere con l’accusa di due omicidi, e dunque il quadro caratteriale che ne viene fuori insieme con le pesanti responsabilità penali, appare come l’ennesimo atto di sfrontatezza di un balordo senza scrupoli, ormai convinto di essere riuscito a scamparla.

Nessuna sorpresa. Nule e le sue 1400 anime hanno convissuto per un anno con questo mistero che mistero non era, perché la verità andava provata ma era nota a tutti da tempo. E cioè il perverso intreccio tra la scomparsa di Stefano Masala, Isteveneddu per tutti, il ragazzo ingenuo dal cuore nobile, “affetto da sclerosi multipla, ritardo mentale lieve e sindrome bipolare”, che sfida le botte per aiutare colui che ritiene un amico dopo il pestaggio alle Cortes di Orune: lo stesso amico che – secondo le accuse – lo avrebbe ucciso pochi mesi dopo; e l’assassinio spietato di Gianluca Monni, a Orune, poche ore dopo il primo. Assieme alle pressioni su una serie di persone perché il suo folle piano non venisse a galla. È assurdo pensare che tutto questo sia nato nella mente di un ragazzo di 17 anni, ma secondo gli inquirenti è esattamente ciò che è accaduto. «Siamo soddisfatti che la giustizia abbia fatto il suo corso, ora attendiamo l’esito dei processi. Ma nessuno potrà restituire Gianluca alla sua famiglia», ha detto il sindaco orunese Michele Deserra dopo l’esito dell’inchiesta.

Nule. Mezz’ora d’auto separa Nule e Orune, ma la distanza ora appare incolmabile. I due paesi, il primo nel Goceano, il secondo in Barbagia, vantano da anni una frequentazione assidua, con rapporti di lavoro, amicizie e persino fidanzamenti e matrimoni incrociati, ed è come se tutto si fosse spezzato la mattina dell’8 maggio 2015, con la morte di Monni. Consuetudini che il sindaco di Nule, Antonio Giuseppe Mellino, intende ristabilire. Trentanove anni, guida il Comune dal maggio 2015. «Dobbiamo riprendere i contatti, dare vita insieme con Orune a un’iniziativa comune, partendo magari dalle scolaresche. Ne parlerò al sindaco Deserra», dice Mellino. La sua giunta si è insediata dopo la scomparsa di Stefano Masala e l’omicidio di Gianluca Monni, e suo malgrado ha dovuto farci i conti sino a oggi. «Accusano il paese di omertà – dice Mellino –, ma è un’etichetta che rifiutiamo». Ieri mattina il sindaco ha riunito la giunta per parlare proprio di questo, e delle possibili iniziative perché il paese possa gradualmente tornare alla vita di sempre. Ed è in municipio che lo troviamo con la sua giunta composta per tre quinti da donne, giovani per di più: Miriam Manca, 28 anni, assessore ai servizi sociali, Valeria Masala, responsabile dell’artigianato, e Carla Lai, delega al bilancio, entrambe trentenni. Poco dopo arriva il vice sindaco Angelo Crabolu. Tutti, soprattutto le donne, tengono a dire che, nonostante ciò che è accaduto, Nule è un paese sereno, dal quale i giovani non vogliono scappare, ma al contrario dove desiderano trovare lavoro, magari nell’artigianato (i tappeti di Nule sono famosi in tutta l’isola, si contano almeno 70 telai, questa è la misura dell’attività), mettere su famiglia. I dati sulle nascite sembrano confermarlo, insieme con le iscrizioni alle scuole di circa 180 bambini tra materne, elementari e medie.

Orune. Nel centro barbaricino il clima è decisamente meno loquace, lo sa bene ogni cronista con un po’ di esperienza. A metà mattina il paese è semideserto, e così anche il municipio. In pochissimi decidono di attardarsi con i cronisti. E chi accetta di parlare davanti a un taccuino o a un microfono, spesso per solo dovere istituzionale, usa frasi di circostanza. Nonostante ciò, uno sguardo agli atti dell’inchiesta rivela come l’omertà, e quella orunese per certi versi è proverbiale anche in Barbagia, questa volta sia un’accusa parzialmente ingiustificata: sono state proprio le testimonianze di persone di diverse generazioni a condurre sin dalle prime battute le indagini verso Paolo Pinna e il cugino ozierese Alberto Cubeddu quali presunti autori dell’agguato

a Gianluca Monni. Piuttosto restano vaghi, al contrario, i contorni e i protagonisti del secondo pestaggio subìto da Pinna dopo il fattaccio delle Cortes. Lo sfregio subìto, assieme al “sequestro” della pistola, che ha portato un 17enne a progettare e mettere in atto un folle piano di morte.

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