le intercettazioni

Nule, i sospetti del paese: una sola mano sui 2 delitti

SASSARI. «Ohi za l’at fatta sa zuccada su cane esauridu cazzu, essu omine maccu». Una sentenza popolare che i carabinieri traducono così: «Già l’ha combinata bella ad andarci il cane esaurito c.......

SASSARI. «Ohi za l’at fatta sa zuccada su cane esauridu cazzu, essu omine maccu». Una sentenza popolare che i carabinieri traducono così: «Già l’ha combinata bella ad andarci il cane esaurito c.... Che uomo matto». È la sera del 4 giugno 2015, dentro un’auto cinque nulesi parlano a ruota libera della scomparsa di Stefano Masala e dell’omicidio di Gianluca Monni. I militari che indagavano sulla scomparsa di Masala hanno intercettato queste ed altre considerazioni espresse da abitanti di Nule che si presentavano in caserma per rispondere alle loro domande. Se si mantenevano prudenti davanti alle forze dell’ordine, per evitare di essere coinvolti, una volta fuori dalla caserma i nulesi si lasciavano andare a commenti che lasciano intendere cosa pensasse il paese sulla scomparsa del trentenne.

«Che Dio glielo restituisca e che non abbia niente di buono chi lo ha fatto sparire», scandisce le parole la madre di un giovane che è stato chiamato a rispondere alle domande sulla ultima sera di Masala. Poi una frase con un soggetto sottinteso, che non è certo Stefano. «Inoghe si faeddada chi Istevolino est mancadu ma at mortu in Orune puru» («Qui si dice che Stefano è “mancato” ma ha ucciso anche a Orune». Come dire che chi ha fatto sparire Stefano ha anche ucciso Gianluca Monni.

«Chie si los faghede trint’annos intro? Trint’annos daene solu pro Istefano» («Chi se li fa 30 anni in carcere? Trent’anni li danno solo per Stefano»). «Chie l’at fatta si la coghede» è la risposta, «chi l’ha fatta se la cucini». «Chi l’ha fatta – interviene uno degli interlocutori – si metta la mano sulla coscienza, che si prenda la fune e si impicchi». Nella tarda primavera del 2015, quando ancora formalmente si parla di una scomparsa, i militari hanno collocato microspie non solo nei luoghi frequentati dagli indagati ma anche altrove.

Leggendo le trascrizioni si capisce come, fin dai primi momenti, a Nule tutti fossero convinti di un legame tra l’omicidio di Gianluca Monni e la scomparsa di “Istevolino”. «Sos collegamentos l’ischini tottusu, semusu a pagu, si nono chi...?» dice ancora la madre del giovane convocato in caserma per raccontare la serata del 7 maggio, giorno della scomparsa di Stefano Masala. In un primo momento il testimone aveva detto di avere riaccompagnato a casa, proprio quella sera, Paolo Enrico Pinna. Un alibi per il ragazzo che però il compaesano ritratta pochi giorni dopo, spiegando ai militari di avere dato un passaggio al diciassettenne il giorno successivo. «Non fit pro nudda – si rammarica il giovane – custa cosa si fiti istadu pro me Istefano fidi istadu viu».

E ancora, parlando con la sorella delle pressioni subite per dire di avere incontrato Pinna il 7 maggio: «Ho detto è il venerdì sera e invece Roberto (Il padre di Pinna ndc) ha detto di dire che era giovedì in modo da dire è successo la sera che è andato via Istevolino».

Infine, commentando il fatto che il padre di Stefano Masala sia convinto che lui sappia qualcosa, il giovane nomina quattro persone che hanno trascorso con lui la sera del 7 maggio: «Zente educada

chi non sono in cherta de andare a fare cagadasa. Isse este andadu pro fagher, isse, isse l’at nadu chi si vendicaiata». (Quella è gente educata che non fa sciocchezze. Lui è andato per fare, lui, lui l’ha detto che si vendicava». “Lui” per la Procura è Paolo Enrico Pinna. (d.s.)

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