In aumento attentati e minacce Migranti, un’isola più intollerante

La sociologa Antonietta Mazzette: 325 atti intimidatori nei primi dieci mesi del 2016 Spesso alla base ci sono motivazioni razziste: la bomba di Buddusò è soltanto l’ultimo esempio

Il contributo della sociologa Antonietta Mazzette, docente dell’Università di Sassari, sui recenti attentati e minacce legati anche all’accoglienza ai migranti, offre una analisi lucida della criminalità nell’isola, basandosi sull’ultimo report dell’Osservatorio sociale sulla criminalità dell’Ateneo.

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di Antonietta Mazzette

I recenti attentati alle strutture (l'ultimo è quello di Buddusò) che avrebbero dovuto accogliere i migranti forzati e le minacce/intimidazioni alla Prefetta di Cagliari, rappresentano alcuni segni di continuità rispetto al fenomeno degli attentati in Sardegna, ma anche un forte segno di discontinuità e differenza per le motivazioni esplicite a cui si collegano. Per ciò che riguarda la continuità sottolineo due elementi. Il primo riguarda il fatto che c'è un'intensificazione delle forme di intimidazione violenta, che dimostra quanto il fenomeno si sia diffuso e consolidato come strumento di "controllo del territorio", tanto da essere considerato in qualche modo e pericolosamente "fatto sociale normale". Affermazioni di qualche amministratore del tipo "condanniamo l'attentato ma...", implicano di per sé la comprensione, seppure condizionata, di questo tipo di violenza. Il secondo elemento è che, a differenza di altri territori dove il disagio si esprime con legittime forme di protesta, nel caso della Sardegna ai conflitti o agli eventuali torti subiti (o presunti) un certo numero di persone risponde non con il dialogo, bensì con le minacce e le intimidazioni: proiettili sparati o spediti per lettera, bombe, incendi, e così via. C'è un trend in crescita. Basti pensare che dal 1° gennaio al 31 ottobre del 2016 vi sono stati 325 attentati a fronte del totale nel 2015 che è stato di 354. Di questi 325, l'80% avviene con liquidi infiammabili, l'8% con armi da fuoco, il 7% con ordigni e il 4% con lettere e pacchi indirizzati a vittime (amministratori, imprenditori e cosiddetti comuni cittadini) contenenti avvertimenti di vario genere. Quasi sempre di tutte queste forme di violenza sfuggono le motivazioni e gli autori.

Il segno di discontinuità degli attentati alle strutture di accoglienza e alla Prefetta è dato dal fatto, invece, che l'obiettivo e la motivazione sono note ed esplicitamente di tipo ideologico-razzista. La mia è una affermazione pesante che faccio senza giri di parole perché sono ormai sempre più numerosi i segni che vanno in questa direzione. E di ciò i sardi dovrebbero prendere immediata coscienza.

Penso, ad esempio, alle scritte razziste che sono apparse in un quartiere popolare di Sassari. Scritte prontamente cancellate dal Comune e delle quali intermediari culturali come insegnanti, abitanti del quartiere e associazioni varie si sono subito fatti carico. Mi riferisco agli incontri, dibattiti e feste organizzate proprio nei luoghi del conflitto contro dette manifestazioni. E penso a tutti quei comportamenti - per il momento ancora sparsi e frammentari - che si stanno diffondendo nelle strade dei nostri paesi e città contro queste nuove presenze e che vanno considerate a tutti gli effetti Migranti forzati.

Ma gli attentati alle strutture di accoglienza e le minacce a una stoica Prefetta rappresentano un gradino ulteriore di violenza che va subito stroncato, ripetendo un abusato ma efficace slogan "Senza se e senza ma". Con ciò non voglio dire che dobbiamo essere populisticamente accoglienti. È evidente che il processo di inserimento di queste nuove popolazioni è inesistente, così come è chiaro che il processo non è governato. Non basta dare un tetto (generalmente poco idoneo), del cibo e dei vestiti per sentirsi a posto con la coscienza (e qui mi riferisco al Governo). Bisogna dare gli strumenti e le risorse ai Comuni, ma bisogna dotarsi di un vero e proprio sistema di accoglienza che comporti l'apprendimento dell'italiano e della storia del Paese di accoglienza ed anche l'apprendimento di un principio basilare che chi riceve deve anche poter restituire alla collettività. Credo che questi ragazzi, più o meno ventenni, debbano poter impegnare

la loro giornata in modo proficuo, invece che dedicarsi all'accattonaggio. Altrimenti è facile che apprendano ciò che di più negativo c'è nella nostra vita sociale e diventino preda facile della criminalità. E questa sì sarebbe una vera bomba che può scoppiare da un momento all'altro.

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