Busachi, condannato per omicidio, tutto il paese lo difende: «Domenico è innocente»

La nipote scrive a Domenico Cossu, in cella per l’omicidio del padre della ragazza. L’uomo si proclama innocente: voleva proteggere la sorella. Il paese è con lui

BUSACHI. Una lettera fa più rumore di un grido. Le parole scritte da lontano arriveranno dietro le sbarre della cella in cui Domenico Fadda passerà un altro Natale. Da colpevole, secondo i tribunali. Da innocente, secondo un intero paese. E così quelle poche righe che la nipote Antonella scrive allo zio condannato per l’omicidio di Giovanni Cossu, suo cognato e padre di Antonella, volano lontane per provare a riaprire un varco per la speranza laddove per la speranza sembra non esserci posto.

Il delitto e la condanna. Domenico Fadda è colui che, per la giustizia che in primo grado l’aveva assolto salvo poi condannarlo definitivamente a diciotto anni, uccise Giovanni Cossu al termine di una lite avvenuta nella casa di quest’ultimo. Per i giudici, brandì il coltello che colpì mortalmente il cognato il 15 ottobre 2011 mentre Giovanni Cossu e la moglie Isabella Fadda, che soffriva di una gravissima forma di depressione, si scontravano. Il diverbio finì nel più tragico dei modi e all’alba del giorno successivo, Isabella Fadda si tolse la vita dopo una notte passata a vedere davanti agli occhi l’orrore che già si era compiuto. Domenico Fadda intanto era scappato e si sarebbe costituito nel tardo pomeriggio del giorno successivo, una domenica in cui due verità cominciarono a convivere l’una a fianco all’altra.

A Busachi in tanti iniziarono a pensare che a uccidere involontariamente Giovanni Cossu fosse stata la moglie Isabella, la cui mente era nuovamente avvolta dai fantasmi della depressione. Intanto le forze dell’ordine avevano di fronte a sé una persona che, dopo il delitto, era fuggita e che, una volta arrestata, taceva di fronte alle domande. Troppo per non pensare che fosse l’assassino. Solo che, col passare dei mesi, Domenico Fadda iniziò a raccontare la sua versione, quella che aveva portato all’assoluzione in primo grado: la fuga e l’addossarsi la responsabilità sarebbero state frutto solo della volontà di proteggere le sue nipoti e la sorella, una donna molto fragile alla quale l’uomo era legatissimo. I giudici gli credettero al processo di primo grado, poi non più. Chi crede in lui è il paese che si è riempito di drappi gialli in cui si chiede la sua liberazione.

La lettera. E innocenza grida la lettera di Antonella Cossu, una delle due figlie di Giovanni e Isabella: «Non avrei mai voluto scriverti, perché mai avrei voluto saperti nuovamente in questa situazione dopo che già per due volte hai passato il Natale lontano da me. La dura realtà è, però, che dal 19 febbraio di quest’anno sei stato costretto da un’ingiusta sentenza a tornare in carcere. Per me e per le persone che ci stanno vicine, ma soprattutto per te ha significato rivivere tutta la sofferenza che la nostra storia comporta. Io sono sicura e convinta della tua innocenza e non c’è sentenza che mi possa far desistere dal lottare per te e insieme a te. Il sole e l’acqua stanno sbiadendo le bandiere appese alle finestre di Busachi, ma tu sei per tutti noi un pensiero fisso e costante, la certezza che tu sia innocente non vacilla. Le strade da percorrere non sono tante ma stai sicuro che non sto lasciando e non lascerò nulla di intentato. Avrei voluto poterti dare delle buone notizie che potessero sollevarti il morale, ma non è facile come ben sai. Sappi però che non mi fermerò e non ci fermeremo fino a che non sarà fatta giustizia e non ti riporteremo finalmente a casa. Spero tu possa, per quanto possibile, passare un sereno Natale, augurandomi che sia l’ultimo che passo lontano da te. Auguri zio, un bacio».

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