Algherese morto a causa del sangue infetto, maxi risarcimento del governo ai familiari

Nel 1988 Salvatore Furesi si ammalò di tumore dopo una trasfusione, ora il ministero della Salute dovrà pagare. La moglie: «Ha ottenuto giustizia»

ALGHERO. «Mio marito non voleva morire. Era pieno di vita, amava pescare e stare con i suoi figli. È morto a causa di un tumore al fegato, per colpa dello Stato, che gli ha trasfuso sangue infetto. Per questo aveva deciso di denunciare il ministero della Salute. Voleva giustizia. Oggi sarebbe felice di sapere che lo Stato è stato condannato. Lo ripagherebbe di anni di sofferenze». Italia Cadone ieri 23 marzo non riusciva a trattenere le lacrime dopo che il suo avvocato, Alberto Oggiano, le ha comunicato che il giudice monocratico del tribunale di Cagliari, Doriana Meloni, ha condannato il ministero della Salute a risarcire lei e i suoi tre figli, ormai adulti, con 960mila euro. Suo marito, Salvatore Furesi, è morto nel 2003 per un epatocarcinoma, un tumore al fegato, contratto in seguito ad alcune trasfusioni di sangue infetto.

«Il suo calvario è durato 8 anni – racconta la signora Italia – Dopo l’intervento, a causa delle trasfusioni, ha contratto l’epatite C, che si è trasformata prima in cirrosi, poi in tumore. Un calvario durato anni, fino alla sua morte, nel 2003. Nonostante ciò Salvatore non ha mai smesso di godersi la vita, fino alla fine». Anche grazie al suo datore di lavoro, l’Enel, che dopo aver saputo della malattia lo aveva trasferito in un ufficio, dopo una vita trascorsa a fare l’elettricista.

L’inizio dell’incubo. La tragedia di Salvatore comincia nel 1988 quando viene ricoverato all’ospedale civile di Sassari per un intervento di bypass al cuore. Dopo l’operazione gli viene trasfuso sangue infetto. Inizia il suo calvario. Salvatore è sempre più debole, le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Prima contrae l’epatite C, poi la cirrosi, fino a quando i medici gli dicono quello che non avrebbe mai voluto sentire: «Purtroppo lei ha un tumore al fegato».

Salvatore capisce che le speranze di sopravvivenza sono pari a zero. E si adira, molto. «Ho seguito questa vicenda fin dall’inizio – racconta l’avvocato Alberto Oggiano – Quando è venuto ha raccontarmi la sua storia ho deciso subito di difenderlo. “Voglio giustizia”, ripeteva, “Quello che sta succedendo a me non deve capitare a nessun altro». L’avvocato ha citato in giudizio il ministero della Salute nel 2009. «Ci sono voluti 8 anni per avere giustizia, in primo grado». Secondo il giudice monocratico del tribunale di Cagliari è a causa di quelle trasfusioni se Salvatore Furesi ha contratto l’epatite C poi degenerata in tumore. La difesa è riuscita a dimostrare il nesso di causa effetto tra la patologia contratta e le trasfusioni che aveva subito all’ospedale civile di Sassari.

Caso nazionale. Lo scandalo del cosiddetto sangue infetto scoppia in Italia tra la fine degli ani ’80 e i primi anni ’90, quando si scopre che alcune aziende farmaceutiche hanno commercializzato nel nostro paese flaconi di emoderivati contaminati. Era, in pratica, sangue ottenuto volontariamente da soggetti a rischio (detenuti, tossicodipendenti) molto più economico per le cause farmaceutiche che riuscivano poi a piazzare i prodotti infetti sul mercato dopo aver fatto pressioni su politici e funzionari pubblici.

Decine di migliaia di persone sono state contaminate negli anni da virus mortali come l’Aids o l’epatite

B e C. Nel frattempo è ancora in corso a Napoli l’unico processo penale scaturito dallo scandalo del sangue infetto: dopo vent’anni d’indagini è cominciato solo nel novembre del 2015. Alla sbarra c’è Duilio Poggiolini, l’ex direttore del servizio farmaceutico del ministero della Salute.

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