Mesina condannato a 30 anni per traffico di droga: per il giudice prove granitiche

L’inchiesta nata da una intercettazione nella quale l’ergastolano parla di «vitelle non tanto grasse». Esaminati i viaggi, i contatti con la malavita, le estorsioni e i piani per sequestrare alcuni imprenditori

CAGLIARI. «La vitella non era tanto grassa, ne mancavano quattro»: un’affermazione in apparenza innocente, che non richiama certo un delitto. Solo che a pronunciarla non è un qualsiasi allevatore della Barbagia, impegnato in un commercio di bestiame: è Graziano Mesina, il re del banditismo sardo degli anni sessanta. È il 15 ottobre del 2008, l’ex latitante di Orgosolo è libero da quattr’anni, da quando il presidente Carlo Azeglio Ciampi gli ha concesso la grazia interrompendo l’ergastolo.

L’attenzione su Mesina è sempre alta, ma in quel periodo Grazianeddu non è al centro di alcuna indagine e ufficialmente sbarca il lunario facendo la guida turistica. Di più: è una celebrità, lo intervista la Rai, partecipa a programmi televisivi, siede al fianco del sindaco di Sassari alla Cavalcata. Non sembra più lui, è ingrassato, soprattutto dà l’idea di aver cambiato vita. È quella conversazione telefonica a riportarlo indietro di vent’anni, per restituirgli il ruolo storico di fuorilegge.

Le quattro vitelle. È l’indagato Giuseppe Innocenti a chiamare Giovanni Antonio Musina, il parente che gli fa da autista al volante di una lussuosa Porsche Cajenne. Innocenti chiede «se ci fosse qualcosa» e Musina passa prontamente il cellulare a Mesina che gli sta al fianco. Grazianeddu risponde sibillino, parlando delle vitelle. Da quel momento la prospettiva dell’ex ergastolano cambia radicalmente: la registrazione di quel colloquio passa alla Dda di Cagliari, il procuratore capo Mauro Mura e l’aggiunto Gilberto Ganassi impugnano un fascicolo e sulla copertina scrivono il nome di Mesina.

Quanto accade nei mesi successivi è nelle cronache sull’inchiesta giudiziaria, l’epilogo della vicenda è datato 12 dicembre 2016, quando un Mesina invecchiato e silenzioso, che al processo pubblico non ha trovato le parole per difendersi, incassa trent’anni di carcere e la revoca della grazia. Ci sarà un processo d’appello, le avvocate Beatrice Goddi e Maria Luisa Venier hanno annunciato il ricorso. Per ora restano le 70 pagine in cui il giudice Massimo Poddighe ha motivato la sentenza, ricostruendo in base alle risultanze del processo gli ultimi anni che Mesina ha vissuto da uomo libero.

I piani per i sequestri. Una sequenza di fatti in cui da bandito di campagna, Grazianeddu sembra trasformarsi in un capobanda senza scrupoli, riconvertito al traffico internazionale di droga e ad affari collegati, tra progetti di sequestri e controversie con altri personaggi della malavita risolte senza lesinare minacce.

La storia, nel documento finale del processo, è scandita in base ai capi d’imputazione. Il giudice Poddighe passa in rassegna le conversazioni registrate e racconta di quanto - è il 27 dicembre 2008 - Mesina parla con l’amico Gigino Milia di un «cagnolino» da recapitare: per il magistrato non ci sono dubbi, si parla di «una rilevante somma di denaro» a pagamento di droga, perché appena pochi secondi dopo il quattrozampe diventa «un sacchetto donde ne mancava molta». In altre telefonate registrate dalla Dda la merce da consegnare diventa «foraggio» e in un’occasione è «foraggio di merda, tutto spina... che non serve a nulla». Oppure Mesina fa riferimento al «fieno», mentre altri personaggi della sua banda, coinvolti nell’inchiesta - c’è stato un giudizio parallelo, col rito abbreviato - tagliano corto e parlano senza sotterfugi di eroina.

La ricostruzione del tribunale affronta anche i viaggi di Mesina, i suoi contatti con esponenti della mala, i suoi rapporti con l’avvocato Corrado Altea - condannato a 16 anni - che gli cura i pagamenti della merce e i rapporti coi fornitori. Secondo il giudice Mesina, che i collaboratori chiamano «lo zio», tratta direttamente l’acquisto di droga.

Nella sentenza vengono esaminate anche le vicende legate alle estorsioni,

quando Mesina va di persona a «sequestrare» un furgone a copertura di un debito non onorato, comprese le minacce di morte rivolte al creditore Vittorio Denanni. Compaiono poi numerosi episodi, invariabilmente legati a consegne di qualcosa che per il tribunale non può che essere droga.

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