Sardegna a rischio mafia Bindi: tenere alta la guardia

La Commissione: ci sono segnali di infiltrazioni, soprattutto in Costa Smeralda

CAGLIARI. Non ha messo radici, «essere un’isola vi ha salvato», ma la criminalità organizzata è in agguato. Ma quando appare, spesso sotto mentite spoglie, è subdola, viscida. È la realtà purtroppo: in Sardegna mafia, camorra e ’ndrangheta riciclano il denaro sporco, attirano in trappola imprenditori in difficoltà e politici deboli, oppure inviano ambasciatori che sembrano manager, e tutt’insieme fanno girare l’isola-lavatrice. Come una centrifuga che comincia con l’acquisto di terreni edificabili sul mercato o grandi proprietà immobiliari, nelle aste dei tribunali, e finisce con un elenco di società all’apparenza pulite, intonse, ma marchiate. È questa la criminalità organizzata che deve temere la «vostra terra», ha detto Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, impegnata in una visita-sopralluogo di due giorni. Non c’è un vero allarme, anche se i segnali non mancano certo, ma il fenomeno dei colletti bianchi che girano da Nord a Sud con la valigetta di soldi da ripulire è sempre più frequente. Poi c’è la Costa Smeralda: è questo il grande terreno di conquista per i boss. Anzi, i nuovi boss: meno lupara e tanta tecnologia soprattutto se intrecciata con complicate transazioni bancarie. «È una nuova mafia che dovete tenere lontano», ha detto la presidente dopo una prima giornata passata a raccogliere prove su quanto sta accadendo e ad ascoltare i rapporti di prefetti, magistrati e investigatori. «I segnali delle infiltrazioni economiche ci sono – ha aggiunto la deputata – e bisogna vigilare. L’attenzione dev’essere massima. Le forze dell’ordine hanno scoperto più di un caso, ma è la società civile che deve tenersi alla larga, non cadere in tentazione». Perché – ha ricordato – «i milioni come i voti della mafia hanno da subito un cattivo odore e bisogna diffidare da chi promette o dispensa gadagni facili». Con un avvertimento in più: «Lo dico agli imprenditori ma anche a chiunque si occupi di affari: le organizzazioni criminali non si accontentano, prima o poi vogliono tutto, compresa la dignità di cade nella loro trappola». Trappole sottili, pensate e realizzate con maestria, dove alcuni ignari possono finirci per disperazione o altri «spinti da una voracità senza confini». Il turismo, «la vostra ricchezza più sana», sarà sempre un bersaglio per questi smacchiatori seriali del denaro tirato su con la droga, le armi, la prostituzione, i giochi d’azzardo e tutto l’altro che la malavita mette assieme. L’avvertimento di Rosy Bindi è chiaro, non lascia spazio a dubbi: «Oltre alla repressione, al grande lavoro di giudici e forze dell’ordine, va difesa e sollevata la protezione sociale soprattutto quando c’è una crisi economica incalzante. Mai abbassare la guardia, dobbiamo essere tutti delle sentinelle». Oggi più che mai, con la Sardegna segnalata anche come «una possibile piattaforma strategica nelle rotte nel Mediterraneo scelte dai trafficanti di droga», e in cui «possono contare anche e spesso sull’appoggio della criminalità locale. Oppure indicata come «appetibile per le imprese in odore di mafia e decise a prendersi una fetta importante dei molti appalti che ci sono dalle vostre parti. Certo, va rifiutata l’equazione lavori pubblici uguale infiltrazione mafiosa, ma dove ci sono investimenti i pericoli aumentano». È un altro sistema per ripulire il malloppo, ha aggiunto la presidente, ma «finora le maglie strette dei controlli hanno evitato infezioni clamorose». Però c’è da tenere a bada anche il fenomeno delle migrazioni clandestine su cui «l’Italia dev’essere sostenuta dall’Europa con maggior decisione, per evitare il tracollo». Perché – come ha detto il vicepresidente Claudio Fava – «la criminalità organizzata è in continua evoluzione e dove scoppia un’emergenza, fiuta la ricchezza, cerca complici indigeni e si getta a capofitto». O perché, sono state le parole del senatore Enrico Buemi «le mafie non hanno confini e sono sempre alla ricerca di nuove conquiste». Ma se la Sardegna «non desta particolari preoccupazioni – testuale – rispetto ad altre regioni storiche contaminate o al Nord Italia in via di contaminazione», perché ci sono ben due carceri di massima sicurezza, Bancali e Uta, in cui

sono richiusi i boss catturati: non c’è il rischio che il contagio passi attraverso le sbarre? «No – è stata la replica di Rosy Bindi – Abbiamo verificato e questo rischio ora non c’è». Per fortuna, ma l’importante è che ci sia un limite invalicabile nei trasferimenti dei mafiosi in catene.

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