Ai suoi ostaggi mozzava le orecchie 

Da Lula a Bologna, poi il crimine: era inserito tra i 20 latitanti più pericolosi 

SASSARI. I poliziotti che il 13 ottobre del 1992 misero fine alla sua fuga in un albergo di Porto Vecchio, in Corsica, raccontano che si arrese soltanto quando la moglie Laura, incinta al sesto mese di gravidanza, cadde a terra nel parapiglia. Solo allora Matteo Boe capì che era finita: perché per il bene della sua famiglia e dei suoi figli, quelli che c’erano e quella in arrivo, doveva arrendersi. Era in fuga da 6 anni. Da quando, il 1 settembre del 1986 con il complice Salvatore Duras era riuscito a evadere dal super carcere dell’Asinara a bordo di un gommone, unico bandito a riuscire nell’impresa. All’Asinara doveva scontare 16 anni per il sequestro di Sara Niccoli, figlia di un industriale torinese, rapita nel 1983 quando aveva 17 anni e rilasciata 118 giorni dopo. Quello di Sara fu solo uno dei sequestri di persona che portano la firma di Matteo Boe. Tutti con una caratteristica: il bandito di Lula, finito nell’agosto del 1992 nella lista dei 20 superlatitanti più pericolosi da ricercare con priorità assoluta, mutilava i suoi ostaggi. Fu così per il costruttore romano Giulio De Angelis, rapito dall’Anonima nel giugno 1988 e rilasciato molti mesi dopo nelle campagne di Badde Salisghes, nel Marghine dopo il pagamento di un riscatto altissimo per quell’epoca: oltre 3 miliardi di lire, tutti in banconote da 10, cinquanta e centomila, rigorosamente usate, sistemate in due grandi buste di plastica nera e consegnate ai rapitori dagli emissari dell’imprenditore edile romano. La ferocia di Matteo Boe e dei suoi complici non risparmiò neppure il piccolo Farouk Kassam, rapito a Porto Cervo nel gennaio 1992: 7 anni appena, anche Farouk subì la mutilazione di un orecchio.
Quel giorno nella hall dell’albergo a Porto Vecchio si chiuse la storia criminale di Matteo Boe. Aveva 35 anni il bandito di Lula che il suo paese l’aveva lasciato presto per andare a studiare all’Università a Bologna, facoltà di Agraria. Lì si avvicinò alla sinistra estrema e lì conobbe Laura Manfredi, la donna che sarebbe diventata la sua compagna di vita. Emiliana, nata a Castelvetro di Modena, dopo la cattura di Boe scelse di tornare a vivere a Lula, accanto ai parenti del marito. Con lei i tre figli: Luisa, Andrea e Marianna. In Sardegna, in Barbagia, Laura Manfredi è rimasta sino al 2005. Quell’anno ritornò
nel suo paese in Emilia, insieme ad Andrea e Marianna. Luisa, 14 anni, la figlia più grande, che portava il suo cognome, non c’era più: uccisa in un agguato a Lula il 25 novembre 2003. Stendeva i panni, Luisa, quando fu raggiunta da una fucilata. Al suo funerale il padre Matteo non c’era.

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