Matteo Boe, ritorno a Lula

Alle 19,30 l’arrivo in paese dopo 25 anni trascorsi in carcere Barba lunga e bisaccia colorata, ad attenderlo i familiari e qualche amico

LULA. L’auto, una Seat Ibiza blu, arriva in piazzetta Costituzione alle 19,30. Matteo Boe siede accanto al conducente, il nipote Gian Nicola, figlio del fratello maggiore Giampietro che ha preso posto nel sedile posteriore. L’ex Primula Rossa, l’ultima nella storia dei sequestri in Sardegna, scende con calma, si sgranchisce le gambe. Tira indietro le spalle e fa un respiro profondo: non sai se per la stanchezza del viaggio o perché rimette piede nel suo paese dopo venticinque anni, e da uomo libero. Si guarda intorno, sembra sorpreso dai cambiamenti di questo slargo nel centro storico in cui ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza e che da allora è profondamente cambiato: una piccola casa padronale che oggi è la sede del Ceas, il centro di educazione ambientale, altre casupole ristrutturate inseguendo un passato architettonico che forse non è mai esistito, ovunque piante con fiori ai davanzali delle finestre. Ad attenderlo ci sono pochi cronisti e fotografi, nessun compaesano, se non i parenti più stretti che lo aspettano in casa: lungi da essere un segno di indifferenza, è una manifestazione di rispetto della privacy tipicamente barbaricina.

A casa. Camicia chiara, pantaloni scuri di fustagno e cusinzos ai piedi, si sistema su una spalla la bisaccia dei pastori, sa bertula, dai colori sgargianti, e fa spedito i pochi passi che lo separano dalla casa di famiglia, al numero 11 di via Raimondo Falqui. Due destini agli antipodi, quelli dell’ex bandito del Montalbo e del finanziere nato a Lula che dà il nome alla via, ucciso nel 1956 dai terroristi altoatesini che vedevano i militari italiani come dei nemici. Un po’ come Boe, se vogliamo, che ha sempre visto nello Stato un simbolo di colonialismo: salvo investire, tramite i parenti più stretti, proprio in titoli di Stato una somma attorno ai 200 milioni di lire, come portò alla luce il sequestro dei beni ritenuti frutto della sua attività criminale dal tribunale di Nuoro, nel 1996. L’ex bandito risponde al saluto dei cronisti ma non si ferma a parlare, entra in casa e si chiude dentro con i familiari e qualche vicina. La gioia dei primi abbracci risuona nella via assolata e deserta. C’è un clima di festa dentro la palazzina a due piani, un po’ anonima, disabitata dalla morte della madre di Boe, che è stata ristrutturata proprio per ospitarlo. In casa c’è anche il suo avvocato, Annarita Mureddu, che non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Non c’è, com’era prevedibile, la compagna storica di Matteo Boe, Laura Manfredi, che si è risposata ma ha continuato ad abitare a Lula, mentre i due figli vivono con i nonni in Emilia, sua terra d’origine, dopo l’assassinio della sorella Luisa ad appena 14 anni, nel 2003. Una nemesi cieca e crudele che non ha ancora trovato colpevoli.

Il libro. Si è molto parlato della giovane donna che domenica ha atteso Matteo Boe all’uscita del carcere milanese di Opera e poi si è allontanata con lui in auto. I più hanno pensato alla figlia, ma invece è una giornalista del quotidiano La Stampa, Laura Secci, di origini sarde. Il perché lo ha raccontato lei stessa in un pezzo uscito ieri. E lo racconterà ancora in un libro dal titolo «Matteo Boe, il lungo ritorno» che sarà in libreria tra qualche settimana. È il frutto di una fitta corrispondenza e degli incontri in carcere tra l’ex bandito e la giornalista. Cosa racconta? «Il passato, il futuro, la politica, la causa indipendentista, i quattro sequestri», scrive Secci (ma non erano tre
?).

Da domenica l’ultima Primula Rossa della Sardegna è un uomo libero. È in ottima forma, il fisico è sempre longilineo, a novembre compirà sessant’anni ma non lo diresti se non fosse per la lunga barba bianca, un po’ talebana, che da qualche tempo ha ripreso a curare.



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