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I sindaci in campo: basta con il centralismo

La battaglia promossa dai Riformatori ha già messo insieme quasi la metà dei primi cittadini isolani

CAGLIARI. La passione dei sindaci ha sempre qualcosa di speciale anche in un referendum sull’insularità. Perché se vero che spesso sono scesi in piazza, o sono stati costretti a farlo quando hanno avuto la certezza di essere emarginati, per difendere i «loro condomini», ci sono alcuni Comuni forse appena più grandi di un palazzo, e dopo quelle manifestazioni qualcuno li ha sospettati di esasperato campanilismo. È vero anche che i sindaci finora mai si sono tirati indietro se, oltre al gonfalone di casa, c’era da sventolare la bandiera della Regione, i Quattro Mori, sotto il naso dello Stato e dell’Europa. Eccoli così schierati, in 173 su 377, ma il numero è destinato a crescere, al fianco dei promotori del referendum consultivo con cui i sardi, in primavera, chiederanno all’Italia che l’handicap naturale e storico dell’insularità sia riconosciuto nella parte alta, la più nobile, della Costituzione. «In origine c’era già scritto, ma purtroppo all’indomani della riforma federalista è stato cancellato con troppa fretta. Oggi quel diritto costituzionale c’è dovuto e ri-dovuto in nome delle pari opportunità e degli stessi diritti di cittadinanza che spettano alla Sardegna rispetto alla terra ferma e al resto della Nazione» Per poi aggiungere: «Tra l’altro siamo convinti che solo la Costituzione può e potrà metterci al riparo anche da future, sempre possibili, leggi nazionali anti-isolane o dall’egoismo finanziario di qualche regione più ricca, come pare abbiano intenzione di fare la Lombardia e il Veneto». Lo hanno detto, uno dopo l’altro, in un raduno per nulla celebrativo, ma «di pura rivendicazione dei diritti e che quindi va ben oltre l’assistenzialismo e le solite concessioni». È vero: sono stati loro, gli amministratori comunali, che hanno partecipato all’evento con la fascia tricolore, i primi a capire che questo referendum «è di tutti i sardi e per tutti i sardi», ha detto Lucia Tidu, tra le coordinatrici di un Comitato trasversale, bipartisan, che in un mese ha raccolto 25mila ed entro la fine dell’anno vuole toccare quota 100mila. «Finora sono stati i sindaci una delle forze più genuine, decise e decisive in questa campagna referendaria. Sono stati loro i primi a scendere in campo. Poi dovunque hanno organizzato centinaia di banchetti e poi convinto, in quei giorni, tantissimi cittadini che firmare era cosa buona e giusta», ha aggiunto Roberto Frongia. È lui il presidente di un gruppo che, sostenuto da argomentazioni giuridiche e scientifiche, è sempre più impegnato a centrare l’obiettivo di «una necessaria svolta costituzionale». Perché «oggi dobbiamo contare di più in Italia e in Europa», ha ribadito Nicola Sanna, sindaco di Sassari. Con Marco Floris, che amministra appena 220 abitanti di Siris, nell’Oristanese, pronto nel ribadire lo stesso concetto: «Per fronteggiare lo spopolamento, scatenato purtroppo dalle troppe, continue crisi economiche e sociali, dobbiamo essere più compatti e più forti nella trattativa con lo Stato e con Bruxelles». Secondo Giacomo Porcu, sindaco di Uta, quella del referendum «è un’occasione unica per presentarci dovunque non solo più sostenuti da questo o quel partito, o dalla maggioranza politica del momento, ma finalmente da tutto popolo sardo». Con in più la constatazione amara di Laura Capelli, sindaca di Buggerru: «Abbiamo un’infinità di problemi quotidiani, ma Roma sembra o non vuole capirli. È arrivato il momento di avere dalla nostra parte la Costituzione». Fino all’appello finale di Andrea Lutzu e Loredana Sanna, sindaci di Oristano e Terralba, «ogni sardo deve sentirsi coinvolto in questa sfida sacrosanta», e subito ripreso da Roberto Frongia: «Ancora una volta sarà la voce dei cittadini a spazzare via le ultime prudenze e resistenze verso questo referendum popolare».