La sentenza a Sassari, due impresari in cella se non pagheranno subito il risarcimento

Condannati a tre mesi: per la sospensione della pena dovranno versare 30mila euro di risarcimento

SASSARI. Condannati a tre mesi di reclusione perché ritenuti responsabili di un infortunio sul lavoro nel quale rimase coinvolto un operaio 32enne di Usini – caduto da una altezza di nove metri – che si salvò per miracolo. E fin qui tutto normale.

La sentenza. La novità sta nel fatto che il giudice ha deciso che i due imputati potranno beneficiare della sospensione condizionale della pena solo se pagheranno una provvisionale di trentamila euro entro quindici giorni dal passaggio in giudicato della sentenza. In caso contrario salta la sospensione e per i due si spalancano le porte del carcere. Un “accorgimento” adottato dal giudice Sergio De Luca finalizzato a ridurre i tempi di attesa per ottenere un risarcimento danni. Tempi che sono sempre troppo dilatati, spesso condizionati anche dalle lungaggini giudiziarie.

L’incidente. I fatti risalgono al 2008. L’operaio stava lavorando al rifacimento della copertura di un capannone industriale nella frazione di Ottava, a Sassari. Il giovane, che all’epoca era poco più che ventenne, in seguito alla caduta aveva riportato fratture alle vertebre, ai piedi, alle mani. Il tetto, dove era salito per passare ad altri lavoratori il materiale necessario, si era sfondato e lui era precipitato nel vuoto per nove metri.

Il processo. Nel fascicolo dell’allora pubblico ministero Maria Grazia Genoese erano stati iscritti come indagati i due legali rappresentanti della società “Produzione prefabbricati srl” (questo anche in qualità di datore di lavoro) e della “Nuova Scac spa” (ditta appaltatrice) e una terza persona che, in base alla ricostruzione della dinamica, diede all’operaio di Usini il compito di salire sul tetto «senza che fosse munito degli idonei dispositivi di protezione individuale». Ma proprio questo terzo imputato (difeso dall’avvocato Pierluigi Carta) è stato invece assolto con formula ampia «perché il fatto non sussiste».

Le condanne. Il giudice ha invece ritenuto di dover condannare a tre mesi di reclusione i due legali rappresentanti accusati di lesioni colpose personali gravi per aver violato le norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. I due, come scriveva il pm nel decreto di citazione a giudizio, «non avrebbero adottato gli apprestamenti idonei a garantire l’incolumità delle persone addette all’esecuzione dei lavori sul tetto del capannone, come ad esempio la collocazione di tavole sopra le orditure e di sottopalchi, necessaria in considerazione dell’insufficiente resistenza delle porzioni del tetto realizzate in onduline di plastica».

La provvisionale. Accuse che gli avvocati difensori Letizia Doppiu Anfossi e Nicola Oggiano durante il dibattimento hanno cercato di smontare anche attraverso le testimonianze di altri operai. Ma il giudice ha ritenuto di non dover accogliere la richiesta di assoluzione e li ha condannati mettendo una condizione alla sospensione della pena: il risarcimento del danno in tempi (relativamente) rapidi.

La difesa pronta all’appello. «Una sentenza che rispetto ma che reputo assolutamente ingiusta, per questo motivo ricorrerò in appello». Parole dure quelle dell’avvocato Doppiu Anfossi che si sofferma in particolare sul ruolo della sua assistita: «Mi chiedo come si possa finire sotto inchiesta, e ancor più condannati, senza nemmeno esser mai stati presenti in quel cantiere. La mia assistita era semplicemente il legale rappresentante della

ditta appaltatrice di alcuni lavori all’interno del capannone dove si è verificato l’incidente. Si occupava della parte amministrativa in quella società che oggi nemmeno esiste più». Il ricorso in appello “congelerà” il pagamento della provvisionale.

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