Svanisce il sogno di Burgos chiude la scuola di polizia

In sei anni il centro del Goceano aveva formato solo 11 agenti a cavallo

BURGOS. Il Goceano avrebbe dovuto montare sulla groppa di questo progetto e riprendere a correre. Questo sulla carta. Nella realtà la scuola di polizia a Cavallo di Burgos è sempre stata un’idea zoppa, che non ha mai galoppato se non sul sentiero delle buone intenzioni. E la definitiva soppressione di oggi era solo l’epilogo scontato. Fine delle attività: il Ministero stacca la spina e chiude il sipario.

Nove comuni, 12mila abitanti, 80 posti di lavoro diretti più altri 200 nell’indotto. E ancora: 24 ettari di foresta, con querceti da sughero e roverelle di altissimo pregio, ceduti a uso gratuito e sottratti a un territorio in ginocchio ma speranzoso. E 15 milioni di euro investiti, di cui 5,2 provenienti dalla Comunità Europea, e 150mila euro all’anno di spese di gestione. Tutto questo per stipendiare cinque istruttori di polizia, sfamare e strigliare 13 quadrupedi e formare una decina di cavalieri. L’impossibilità di sostenere questa iniziativa imprenditoriale era già scritta in questi numeri.



La politica se n’è accorta subito, appena un anno dopo l’inaugurazione, e dopo il taglio iniziale dei nastri, ha proseguito con altre sforbiciate, sfumando pian piano il futuro.

Eppure di questo centro di formazione di Burgos si parlava sin dal 2003. In quel periodo in sottofondo echeggiavano i boati delle bombe recapitate ai sindaci, e lo Stato non voleva fare da spettatore passivo. Occorreva un presidio forte. In questi scenari di guerra all’ombra del campanile, voleva irrompere con la fanteria. E nel 2004, dopo il quinto attentato subìto dall’allora sindaco Pino Tilocca, muore il padre Bonifacio, sventrato dagli spezzoni di ferro rilasciati da un ordigno piazzato davanti all’abitazione. L’idea di mobilitare la cavalleria diventa concreta.

La bozza c’era, e l’aveva buttata giù il consigliere regionale di Forza Italia Nicola Rassu. Dopodiché ci avevano lavorato l’Istituto di incremento ippico del Goceano, la Regione, il Ministero dell’Interno e l’Unione Europea pronta a elargire un finanziamento che calzava a pennello, il Pon, programma operativo nazionale sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno Italia. Le basi sono gettate, e l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu nel 2004, dopo l’ultima campana a morto che risuona a Burgos, sponsorizza con decisione il progetto. Nasce il primo embrione della scuola interforze a Cavallo, che comprende polizia di Stato, penitenziaria e guardia fortestale. I nove Comuni del Goceano intravedono nuove prospettive occupazionali, e si affrettano a sfornare una trentina di ragazzi immediatamente arruolabili, dei provetti artieri ippici pronti all’uso e all’assunzione. Nell’agosto del 2006 la giunta Soru dà il via libera alla cessione in comodato d’uso gratuito per 30 anni dei 24 ettari di verde e degli immobili di sua proprietà presenti nel compendio montano. Nel maggio del 2009 il sindaco Cenzo Ledda, il prefetto, e il direttore generale della Regione firmano la convenzione. Ma l’inaugurazione della scuola si ha solo due anni più tardi, il 7 marzo del 2011. E nasce già con un peccato originale, una cattiva stella e molti musi lunghi. Al taglio del nastro viene invitato solo il sindaco Tore Arras, mentre per una incomprensibile gaffe istituzionale vengono snobbati gli altri primi cittadini del Goceano. E il biglietto da visita del centro di formazione è questo: tredici cavalli per undici studenti, edifici che profumano di restyling, quegli stessi caseggiati fatti costruire da Re Carlo Alberto per le truppe regie a cavallo odorano di futuro. Intorno c’è un luogo altrove, dove il segnale del cellulare è sempre più rarefatto mentre la tensione sociale si taglia a fette.

Già nel 2012 è chiaro che il progetto è zoppo. Le previsioni parlavano di corsi di formazione organizzati ogni quattro mesi, ma invece l’attività didattica è pressoché inesistente. Nel 2014 dopo tre anni di attività, i cavalieri formati dalla scuola sono appena undici, e le campagne di Burgos continuano a essere terra di nessuno, calpestata ancora dalla criminalità, mentre lo Stato non riesce a lasciare la sua impronta.

C’è chi grida allo scandalo, si parla di clamorosi sprechi di risorse pubbliche, c’è chi punta il dito su un milione di euro all’anno buttato al vento per tenere in piedi una cattedrale eretta sul nulla. E le voci su una imminente chiusura si fanno sempre più insistenti.

Oggi la soppressione diventa certezza. Troppi costi, niente risultati, e una straordinaria occasione sprecata.
 

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