Province, è un’agonia Senza i fondi statali si rischia la bancarotta

Un anno fa il referendum che avrebbe dovuto sopprimerle Oggi hanno le casse vuote e non possono garantire i servizi

SASSARI. Hanno provato in tutti i modi a cancellarle, erano considerate il simbolo della casta, dello spreco pubblico. Eppure quando si è presentata l’occasione gli italiani hanno scelto di salvarle. Esattamente un anno fa, il 4 dicembre 2016, una valanga di no ha seppellito la riforma costituzionale Renzi-Boschi che avrebbe dovuto spazzare via le province. E così dodici mesi dopo continuano a vivere. O meglio a sopravvivere tra casse sempre più vuote, funzioni ridotte al minimo e personale demotivato. Ma se nel resto d’Italia il governo prova a mettere una pezza con iniezioni di finanziamenti statali, in Sardegna quei soldi non arriveranno. L’isola, insieme alla Sicilia, è stata tagliata fuori. Le 4 sarde sono state escluse dalla ripartizione dei 352 milioni stanziati per le province. Uno schiaffo che rischia di mettere l’isola in ginocchio, non permettendo agli enti intermedi di garantire la manutenzione di strade, scuole e verde. Funzioni che finora le province, guidate da commissari in scadenza ma prossimi a una terza proroga, sono riuscite a garantire con difficoltà.

Referendum del 2012. Sì, perché in realtà l’agonia delle province in Sardegna ha avuto inizio nel 2012, con il referendum regionale che di fatto le aveva cancellate tutte. Le quattro storiche e le quattro di nuovo conio. Ma se per le seconde bastava il responso del referendum, per le prime era necessario mettere mano alla Costituzione. E, infatti, Olbia Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia Iglesias hanno cessato di esistere il 30 giugno 2016, mentre il destino delle altre era appeso al responso del referendum costituzionale del 4 dicembre. Ma la bocciatura della riforma Renzi-Boschi le ha messe in salvo. Il no di un anno fa era di rango superiore al sì del 2012 e così Sassari (che ha assorbito la Gallura, dove però si sta già lavorando a una nuova autonomia), Nuoro (che si è ripresa l’Ogliastra) e Oristano hanno ricominciato a vivere. Cagliari, invece, nel frattempo è diventata Città metropolitana ed è stata così istituita la Provincia del Sud che raccoglie Sulcis, Medio Campidano e quasi tutto il vecchio territorio di Cagliari.

Casse vuote. Province salve, ma senza soldi. Perché dal 2013 lo Stato ha prima ridotto i trasferimenti poi li ha azzerati. Da allora alla Sardegna mancano circa 46 milioni all’anno per permettere agli enti di funzionare. Con l’introduzione del Fondo unico di solidarietà, infatti, le province come gli altri enti locali sono chiamati a dare il loro contributo: la Sardegna dovrebbe dare 102 milioni di euro all’anno, di cui circa 36 delle Province. Che, però, hanno le casse vuote e vanno avanti con gli avanzi di bilancio. A quel punto lo Stato trattiene le uniche due entrate che spettano alle province: gli incassi dell’imposta di trascrizione e della Rc auto. Circa 26 milioni di euro che vengono sottratti ogni anno alla manutenzione di strade, scuole e verde pubblico.

Rischio bancarotta. Ecco perché oggi nelle casse delle province non resta quasi nulla. Finora sono andate avanti con gli avanzi di bilancio. L’unica senza obblighi è la Provincia del Sud, considerata di nuova istituzione. Sassari, grazie al ritorno a casa di una Gallura in piena salute, ha fatto ricorso agli avanzi quest’anno per la prima volta. Diverso il caso di Oristano, al terzi anno di fila. Peggio è andata a Nuoro, che qualche settimana fa ha ricevuto dalla Regione un finanziamento di 2,5 milioni proprio per evitare il dissesto. Soldi che però consentono al massimo di provvedere all’ordinaria amministrazione. Vietato fare programmi. Ma nel 2018 sarà anche
impossibile garantire i servizi principali, ormai neanche le più virtuose dispongono di avanzi di bilancio. Dunque, o il governo cambia rotta ed equipara la Sardegna al resto d’Italia oppure le province sarde saranno costrette a dichiarare bancarotta.

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