Niente sconti per Pinna Vent’anni anche in appello

Confermata la condanna: secondo i giudici fu lui a uccidere Monni e Masala

SASSARI. «Vogliamo Stefano a casa, ci manca troppo». Il padre di Stefano Masala va via con le lacrime agli occhi e una disperata richiesta strozzata dal pianto, dalla Corte d’Appello di Sassari, che pochi minuti dopo le 16 conferma la condanna a 20 anni di reclusione già inflitta lo scorso aprile dal Tribunale dei minori a Paolo Enrico Pinna, 19 anni, di Nule.

Il giovane è ritenuto il responsabile del duplice omicidio di Gianluca Monni, lo studente di 19 anni freddato a Orune la mattina dell’8 maggio di due anni fa, mentre aspettava l’autobus per andare a scuola, e di Stefano Masala, il compaesano di Pinna di cui non si ha più notizia dalla sera prima della morte di Monni. «Io vado tutti i giorni sulla tomba di mia moglie e ogni giorno le dico che non c’è niente di nuovo, che non lo abbiamo ancora trovato, vorrei andare anche sulla tomba di Stefano e parlare con lui» ha aggiunto l’uomo prima di lasciare il piazzale della Corte d’Appello e fare rientro a casa.

Il procuratore generale Paolo De Falco e gli avvocati difensori Agostinangelo Marras e Angelo Merlini, in mattinata avevano ribadito le proprie tesi, contrapposte, di fronte alla Corte presieduta dalla giudice Maria Teresa Spanu, a latere Marcello Giacalone e Cristina Fois. L’udienza si è celebrata nel silenzio di un’aula quasi deserta e a porte chiuse, con misure di sicurezza eccezionali. Sono stati ammessi solo i parenti dell’imputato e delle vittime, che prima dell'ingresso sono stati controllati scrupolosamente con il metal detector dagli agenti della polizia e dai carabinieri. Dopo la lettura del dispositivo Paolo Enrico Pinna è rimasto impassibile, poi ha salutato la madre e la sorella ed è risalito sul blindato della polizia penitenziaria che lo ha riportato in carcere. I suoi difensori hanno annunciato il ricorso in Cassazione. «Quando arriveranno leggeremo le motivazioni – hanno detto Agostinangelo Marras e Angelo Merlini – poi faremo le nostre valutazioni soprattutto su alcuni profili che ci lasciano perplessi».

Gianluca Monni fu ucciso l’8 maggio del 2015 a Orune con tre fucilate nella via principale del paese mentre aspettava il pullman per andare a scuola. Stefano Masala, invece, la cui auto secondo gli inquirenti è stata usata dai killer per l’omicidio e trovata poi bruciata nelle campagne di Pattada, sarebbe stato ucciso perché nessuno potesse raccontare la verità. Secondo l’accusa, Masala, di cui non è stato mai trovato il corpo, sarebbe stato ucciso da Pinna la sera del 7 maggio. Il giovane di Nule aveva bisogno di una macchina e non avrebbe esitato ad uccidere il compaesano per servirsi della sua Opel e far ricadere la colpa su di lui. Diversa la tesi della difesa. Secondo i difensori di Pinna, Stefano Masala avrebbe partecipato all’omicidio di Gianluca Monni l’8 maggio e dunque non sarebbe stato ucciso da Pinna la sera del 7. Il movente del duplice fatto di sangue è da ricercare, secondo gli inquirenti, in una festa di paese a Orune, Cortes Apertas, del dicembre 2014, quando scoppiò un violento litigio tra giovani orunesi e nulesi in trasferta. In una sala da ballo alcuni giovani di Nule (ospiti di orunesi) molestarono alcune ragazze, tra le quali la fidanzata di Gianluca Monni, che reagì, con i compaesani, cacciando via i nulesi. Alcuni di loro si ripresentarono con una pistola in mano, puntandola alla tempia di Monni. Gli aggressori furono disarmati e ricacciati via da Orune a suon di botte. Qualcuno però giurò vendetta. Per giorni e mesi i killer
avrebbero pianificato l’omicidio, sapendo che Monni prendeva ogni mattina il pullman per andare all'Istituto “Volta” di Nuoro, dove frequentava la quinta classe. E la mattina dell'8 maggio, con una Opel Corsa grigia, Pinna e Cubeddu secondo i giudici avrebbero portato a termine il piano.

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