Arru: «I migranti risorsa per ripopolare l’isola»

L’assessore: in Sardegna non si fanno più figli, puntiamo sull’integrazione

SASSARI. «In Sardegna per invertire la tendenza al drammatico calo delle nascite bisogna favorire l’immigrazione. Altrimenti sarà difficile guardare con ottimismo al futuro». Per l’assessore alla Sanità e all’Assistenza sociale Luigi Arru l’unica risposta al problema della denatalità nell’isola – che secondo l’Istat è la regione italiana dove si fanno meno figli – è investire per la formazione e l’integrazione degli immigrati in modo da farne «una risorsa produttiva». Come? «Aiutandoli a crearsi un lavoro, magari nei piccoli comuni, e a formarsi una famiglia».

«In Sardegna la fecondità è ridotta a 1,07 per donna e la popolazione invecchia. Questo dicono gli indicatori demografici, che ci piaccia o no. Fra poco i ragazzi sotto ai 15 anni e gli over 65 saranno molti di più rispetto alle persone in età di lavoro. Una situazione insostenibile. I migranti sono l’unica soluzione per aumentare la popolazione». Secondo l’assessore, infatti, dietro alla carestie delle culle non c’è solo il problema del lavoro che non c’è, soprattutto quello femminile. «Le cause sono soprattutto culturali. Sono sempre di più le giovani donne che preferiscono dedicarsi alla carriera e ritardare la maternità. E quando decidono di farli, i figli, sono ormai adulte e quindi ne arriva solo uno. Io mi sono sposato presto e ho avuto il primo figlio a 27 anni. È stata una scelta di vita che molti oggi decidono di non fare. Anche perché, diciamolo chiaramente, sono i paesi più poveri quelli dove nascono più bambini. Non a caso la Germania, il paese più ricco d’Europa, è quello che detiene il record del calo delle nascite in Occidente». Eppure la Francia, con le sue politiche a favore delle famiglie, è riuscita a invertire la tendenza fino a registrare un vero e proprio baby boom. «Quello è un altro mondo, la Francia investe nel sostegno alla maternità il 5% del Pil. Ho vissuto a Parigi per due anni e la municipalità ci mandava addirittura una collaboratrice per stirare. Purtroppo in Italia non è così». In ogni caso, ribadisce Arru, anche se lo Stato e le regioni italiane investissero di più per sostenere la maternità le cose non cambierebbero granché. «La causa della denatalità non è solo il lavoro, anche se è importante dare ai giovani certezze sul loro futuro – ripete – È anche il modo in cui si organizza il lavoro. Un papà e una mamma devono essere messi in grado di conciliare le esigenze familiari con quelle lavorative. Come? Con il telelavoro, ad esempio, e la presenza di nidi nei luoghi di lavoro. Stiamo cercando di copiare le politiche per la famiglia messe in campo dalla provincia di Trento che si sta occupando del problema della natalità da 10 anni ormai: il problema, ripeto, non è solo il lavoro ma trovare soluzioni per permettere ai genitori che lavorano di accudire i figli». Ma a Trento la disoccupazione è al 7% mentre in Sardegna è più del doppio. Per non parlare di quella giovanile che supera il 50%, tra le più alte in Europa, al pari della Bulgaria. «La fase più nera della crisi è passata – dice fiducioso l’assessore – Secondo l’Istat anche in Sardegna ci sono segnali di ripresa dell’occupazione. Per questo ora bisogna occuparsi delle modalità con cui si organizza il lavoro. Partiremo dagli asili negli uffici regionali». Ma è sufficiente modificare le condizioni di lavoro per convincere i giovani sardi a fare figli? «Purtroppo no. La verità è che la Sardegna
si sta spopolando. L’unica soluzione è attirare i migranti, come sta facendo il premier canadese Justin Trudeau. Noi sardi dalla migrazione abbiamo solo da guadagnare. I migranti sono gli unici disposti a fare i lavori sporchi, umilianti e pericolosi e farebbero bene anche al Pil sardo».

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