Un 30enne cagliaritano manager della Huawei in Cina

Dalla passione per l’oriente, con gli studi a Fudan, all’assunzione nella multinazionale

SASSARI. La felicità è lì, a diecimila chilometri. Nicola Fanni, 30 anni, cagliaritano, l’aveva intuito e dal 2011 vive in Cina dove lavora per Huawei. È uno dei pochi stranieri a lavorare nel quartier generale di Huawei a Shenzhen, non lontano da Hong Kong. Una città simbolo della crescita esponenziale di quel Paese, trasformatosi in 30 anni da villaggio di pescatori in una ricca megalopoli di 12 milioni di abitanti. «Ormai è da oltre sei anni che vivo in Cina e mi sento parte di quello che può essere definito il Sogno Cinese» dice Nicola. Che non ha un occupazione da poco: dirige il marketing di una branca del colosso cinese. Huawei ha anche un legame con la sua Sardegna: dal 2016 ha una delle sue basi nel parco tecnologico di Pula per sviluppare in collaborazione con il CRS4 progetti di ricerca sulle Smart Cities.

Come è nata l’avventura ?

«Mi sono diplomato al liceo classico “Giovanni Maria Dettori” a Cagliari, quindi la laurea in lingue, letterature e studi interculturali a Firenze. Sono partito a Shanghai, dove mi sono iscritto alla specialistica nella prestigiosa Fudan University, laureandomi con un master in economia e ricevendo la borsa di studio dal governo cinese».

Andare a studiare in Cina non è una scelta consueta.

«Sono sempre stato attratto dalla cultura orientale, in particolare dalla Cina con le sue tradizioni, la sua storia millenaria e il suo straordinario potenziale capace di riconquistare gli antichi splendori – racconta il manager – . È questa curiosità che mi ha avvicinato in un primo tempo ad approfondire la storia, la lingua (tanto complessa quanto affascinante) e poi mi ha spinto ad intraprendere una carriera in estremo oriente. Una scelta di cui non mi sono mai pentito, e oggi sono contentissimo di continuare a scoprire qualcosa di nuovo tutti i giorni».

L’ingresso in Huawei?

«Due anni fa la multinazionale cercava una figura professionale con esperienza internazionale, non solo capace di parlare diverse lingue, compreso il cinese, ma soprattutto in grado di pianificare e dirigere il marketing internazionale – spiega Nicola Fanni –. Dopo una iniziale selezione telefonica ho superato tutti i colloqui in lingua cinese e sono stato assunto –. Oggi lavoro nella divisione del gruppo Enterprise Business dove mi occupo del marketing legato alle soluzioni e servizi che facilitano l’avanzamento tecnologico delle imprese e delle città nell’era digitale con le tecnologie che la multinazionale cinese offre: Cloud computing, IoT, cyber security. Qualche anno fa il prodotto cinese era visto come qualcosa di bassa qualità a poco prezzo, ma la realtà è ben diversa. La Cina è oggi in grado di creare prodotti di alta qualità, apprezzati dal consumatore».

La Cina sa valorizzare le professionalità meglio di noi?

«Quando si pensa alla Cina, si pensa ai suoi limiti e alle sue contraddizioni. Ho sperimentato che contrariamente a quanto si possa pensare, è un Paese alla ricerca di talenti anche e soprattutto dall’estero perché sa bene che per lo sviluppo di una società fiorente gli stranieri portano idee e punti di vista importanti che possono solo arricchire. Certamente, non esiste lo Stato perfetto, ma nella mia esperienza all’università e nel lavoro la Cina premia chi merita, chi mette impegno e dedizione, dimostrando con risultati tangibili il frutto del proprio lavoro. Per l’Italia, sebbene la crescita sia rallentata, ci sono nuove opportunità all’orizzonte e rimango ottimista per il futuro».

Che posto è Shenzhen?

«È la capitale tecnologica della Cina, dove le banconote sono quasi sconosciute e si paga tutto tramite cellulare – racconta il manager isolano –. Ma resta una città vivibile in cui gli spazi verdi sono protagonisti insieme a grattacieli che non hanno niente da invidiare alle grandi metropoli occidentali. La tradizione legata all’alimentazione rimane comunque il fulcro della vita sociale e lavorativa: tanti i mercatini aperti giorno e notte in cui si possono assaggiare spiedini di ogni tipo, anche con scorpioni e serpenti; e nel lavoro, gli affari migliori spesso si concludono proprio nei ristoranti».

In questi giorni in Italia si discute dell’apertura agli insetti nell’alimentazione. Consigli per gli acquisti?

«Mi è capitato di mangiare alcuni piatti con insetti e devo dire che non erano male. Comunque, in tutta onestà, non ne vado matto. Consiglio comunque di provarli» dice Nicola Fanni.

Che problemi ha superato nel suo impatto con la Cina e cosa l’ha sorpresa?

«L’unica difficoltà è stata abituarmi all’idea di stare lontano dalla mia famiglia, dai miei amici e dalla mia isola. Sicuramente la Cina mi ha sorpreso in tanti modi, ci sono tanti aspetti della loro cultura poco conosciuti in Italia, per esempio l’usanza del mangiare insieme ad ogni occasione come forma più ricca d’interazione sociale. Il pasto stesso è un vero e proprio evento sociale per i cinesi e la disposizione dei piatti sulla tavola è pensata per favorire la condivisione e il contatto tra le persone. Un altro fatto poco conosciuto in Italia è che in Cina ci sono otto cucine principali, tra loro molto diverse, e alcune di queste sono estremamente piccanti per il nostro palato ma particolarmente deliziose».

Abbiamo una visione distorta della realtà cinese?

«Assolutamente sì. In Italia la Cina è ben poco conosciuta. è difficile cambiare gli stereotipi, ma senz’altro questo Paese è cambiato più di quanto si pensi negli ultimi anni».

Molti cinesi lavorano nelle nostre città. Perché li vediamo così poco empatici e chiusi nella loro comunità?

«Alla radice vi sono delle barriere linguistiche e culturali. I cinesi una volta superata la barriera linguistica sono estroversi e simpatici, ma anche molto caparbi e ambiziosi. Amano viaggiare, parlare e conoscere gli stranieri, sono molto ospitali e non lesinano inviti a pranzo».

La Sardegna le manca? Vorrebbe tornarci?

«Manca sempre, non nascondo il mio orgoglio sardo, mi emoziona parlare della nostra isola e dell’Italia. Porto ovunque con me la bandiera dei quattro mori – dice il cagliaritano – perché fa parte
della mia identità e della mia storia. Spero di poter tornare, idealmente mantenendo uno sguardo rivolto a est, per poter lavorare tra la Cina e l'Italia e contribuire alla cooperazione e alla mediazione tra queste due realtà lontane sempre più vicine».

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