Malata di Sla stacca la spina prima volta dopo la legge

Patrizia Cocco, nuorese di 49 anni, ha scelto la via consentita dal biotestamento

NUORO. Una donna forte nella vita e nella malattia estrema, sino alla morte. Lo è stata Patrizia Cocco, 49 anni, ex commessa al Centro commerciale, deceduta sabato scorso in città a causa della Sla, la sclerosi laterale amiotrofica. Quando insieme al fisico, prostrato dalla malattia neurodegenerativa, è venuta meno anche la speranza, ha deciso di fare affidamento sulla legge sul biotestamento entrata in vigore a fine gennaio. Intorno al suo letto i medici che l’hanno seguita e lei con lo sguardo rivolto alla tastiera del puntatore oculare ha dettato le ultime volontà: la rinunzia alla ventilazione artificiale e così all’alimentazione assistita. Sì invece alla sedazione, per mettere fine al tormento.

L’ultima scelta. I familiari, il papà, la mamma, il fratello, hanno detto addio a Patrizia ammirandone il coraggio e la determinazione: la sua scelta ha suscitato profonda commozione nella comunità che si è riunita ai funerali celebrati nella parrocchia di San Domenico Savio, dai padri salesiani. «È stata una scelta di Patrizia molto lucida e coraggiosa – dice il vice sindaco di Nuoro Sebastian Cocco, cugino della donna e anche suo avvocato –. La nuova legge permette ai medici di dare subito esecuzione alla volontà del paziente. Per questo il suo gesto è stato non soltanto coraggioso, ma anche generoso: per fare la sua scelta infatti ha aspettato la chiusura dell’iter legislativo. La legge, che tutela tra l'altro il diritto alla salute e all'autodeterminazione – aggiunge Cocco – lei la aspettava da anni, da quando sentiva di essere imprigionata nella malattia, dentro la quale sopravviveva a una vita che lei, in quelle condizioni, non voleva vivere».

La malattia. Era comparsa nel 2012. I primi segnali confermati dagli esami e dalle visite neurologiche. Per lei forse già una sentenza, anche prima delle altre indagini cliniche che hanno portato alla certezza della diagnosi. Perché la Sla aveva già colpito nell’ambito familiare di Patrizia, portandosi via due zii. La malattia è stata affrontata con coraggio, sino all’ultimo. Per cinque anni i medici si sono prodigati cercando di frenare l’avanzare del male che, invece, camminava molto veloce.

La decisione. L’approvazione della legge sul biotestamento è stata accolta da Patrizia come la possibilità di essere libera sino alla fine. Da mesi aveva maturato la decisione di porre fine alla sofferenza. Per questo a giugno si era rivolta all'Associazione Luca Coscioni «per richiedere informazioni, nello specifico caso a Marco Cappato, circa il percorso da affrontare per giungere al diritto di porre fine alla propria esistenza e a una vita che, dopo anni di malattie, non riteneva più degna di essere vissuta». Spiega Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione: «Le fu indicata la possibilità di seguire il percorso già solcato, attraverso una lunga battaglia nei tribunali, da Walter Piludu, quando la legge riconobbe come un dovere per il medico quello di adempiere le volontà del paziente, se intenzionato a rifiutare l'accanimento terapeutico. Patrizia scriveva tramite un comunicatore oculare. Si definiva come una persona che non viveva più, voleva solo smettere di soffrire. Ma non poteva permettersi la Svizzera». Aggiunge Rosa Puligheddu, referente provinciale dell’Aisla (Associazione malati di Sla), che l’ha affiancata nel percorso della malattia: «Non si tratta di eutanasia, non c’è alcun intervento medico per decretare la fine biologica del paziente. Ma si sceglie di rinunciare alla ventilazione e al nutrimento artificiali, e chiedere la sedazione profonda, per evitare sofferenze inutili. La morte arriva in maniera naturale, subito o dopo giorni».

Il ricordo. Chi l’ha conosciuta bene, seppure in tempi lontani, di Patrizia mantiene un ricordo indelebile. «Era una ragazza vitale e allegra, col sorriso stampato sulla bocca». A dirlo è una giovane donna, ora residente nella Penisola, figlia di un parrucchiere con il quale Patrizia aveva avuto una bella storia d’amore. Con il papà e la compagna aveva vissuto qualche anno in Ogliastra, a Tortolì. I rapporti, nonostante le loro strade si fossero
divise, non si erano mai interrotti del tutto. «Non sapevo stesse così male – racconta – e quando ho appreso della sua decisione sono rimasta colpita perché conoscevo il suo attaccamento alla vita. Per questo penso che il suo gesto sia stato il frutto di una lunga riflessione».



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