Susanna: «La Sla mi porta via ma la ricerca la sconfiggerà»

Il messaggio d’addio della decana dei malati di sclerosi scoperto nel computer dalla sorella «Io ora sono una pedina sacrificabile, i miei compagni troveranno la cura e vinceranno la guerra»

SASSARI. Il verbo “arrendersi” non ha mai fatto parte del suo vocabolario, ma la sua battaglia personale non poteva durare per sempre. Susanna Campus, la decana sarda dei malati di Sla, è scomparsa il 17 luglio scorso a 55 anni, dopo vent’anni esatti di lotta a denti stretti contro una delle malattie più terribili. Una resa a testa alta, si direbbe parlando di calcio o di basket, sport che lei tanto amava. Eppure chi l’ha conosciuta sa che l’onore delle armi non le sarebbe bastato: infatti ora sappiamo che nel suo lungo addio Susanna è riuscita ad avere “l’ultima parola”.

A quasi sette mesi dalla sua morte, Immacolata, sua sorella, ha trovato per caso – nel computer speciale che Susanna utilizzava con gli occhi – un messaggio non letto. Una lettera di commiato, che contiene quello che di fatto è il testamento di una malata che non ha mai accettato la sua condizione e che non si è mai rassegnata. Parole toccanti, che dicono moltissimo del suo carattere determinato, coraggioso, quasi sfrontato.

«Non toccavo quel computer da tempo – spiega Immacolata Campus – volevo riordinare le sue cose e quando è saltato fuori quel messaggio non letto non capivo cosa fosse. Poi l’ho aperto e mi sono quasi mancati i sensi. Il fatto è che Susanna nelle ultime settimane era sedata perché aveva dolori atroci: anche ammettendo che avesse preparato qualcosa da tempo, io non ho la più pallida idea di come abbia fatto a trovare la forza e la lucidità per attivare la macchina e scrivere quelle ultime parole».

«Non ho mai voluto permettere alla sla di “zittirmi” e non lo farà adesso che mi ha “battuto” – scrive tra le altre cose Susanna, che prima della malattia faceva l’orafa e insegnava oreficeria al Liceo Artistico di Tempio –. Io sono solo una pedina facilmente sacrificabile, ma i miei compagni vinceranno la guerra! Mi auguro che i ricercatori vedano lontano perché c'è in ballo la vita di tanti malati che aspettano con trepidazione una cura».

Susanna Campus non ha alzato bandiera bianca neppure a un passo dalla morte, quando il male che da vent’anni si era impadronito del suo corpo ha preso definitivamente il sopravvento. Susanna era spiritosa, cocciuta, solare: aggettivi che apparentemente stonano con chi ha vissuto per anni in una condizione atroce: immobilizzata dal collo in giù, incapace di parlare e costretta a comunicare con gli occhi. Prima con la lavagnetta con l’alfabeto, successivamente attraverso uno speciale computer, a lei tanto caro. Che usava anche per aggiornare il blog che teneva su Tempi.it.

Altro che arrendersi: grande appassionata di sport, Susanna era disposta a sfidare le intemperie e qualsiasi tipo di barriera fisica, pur regalarsi qualche sprazzo di normalità: benediceva le gite al mare (al massimo un paio all’anno), era riuscita a farsi portare all’Acquedotto per assistere a una partita della Torres e negli ultimi anni era diventata una presenza praticamente fissa alle partite interne della Dinamo. Talmente presente da fungere di fatto da coach motivazionale per Vanuzzo, Devecchi

e compagni, ai quali mandava lunghe mail di incoraggiamento. Talmente importante per i biancoblù da vedersi arrivare a casa, il giorno dopo lo scudetto, il presidente Sardara e tutta la squadra. Una sorpresa indimenticabile, proprio come questa lettera: altro che alzare bandiera bianca.

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