«Ha sfidato la sua malattia tutti i giorni»

La sorella Immacolata racconta la determinazione di una donna che non rinunciava alle sue passioni

SASSARI. «Quando assisti un malato di Sla il tempo è una condizione relativa. Solo dopo, quando è tutto finito, ti rendi conto che sono passati vent’anni, e ti sembra comunque troppo presto per salutarsi». Dalla morte di Susanna Campus sono trascorsi quasi sette mesi ma sua sorella Immacolata, che è stata con lei lungo questo interminabile calvario, ancora non si è fatta una ragione. E ritrovare l’ultima lettera ha riaperto una ferita mai rimarginata.

«La verità – dice Immacolata Campus – è che la vera forza della natura era lei, solo lei. Noi parenti ostentiamo forza, magari troviamo anche risorse che non pensavamo di avere, ma in fondo siamo estremamente fragili. Susanna no: non si è mai abbattuta, ha sfidato la malattia tutti i giorni, ha sofferto le pene dell’inferno ma se decideva di fare qualcosa, alla fine ci riusciva. Qualche anno fa per noi sarebbe stato impensabile, per esempio, decidere di andare al palazzetto a vedere una partita della Dinamo. Invece ci ha convinti, ha coinvolto tutti e alla fine siamo andati a vedere decine di partite. Ancora oggi non ho la forza di andare al palazzetto, dal giorno della sua scomparsa ci sono andata una volta ma quell’angolo mi sembra spaventosamente vuoto. Ecco, mi chiedo dove lei trovasse una forza tale da convincerci a fare vere e proprie pazzie».

Immacolata Campus parla al plurale perché, insieme a lei, ad assistere e “spalleggiare” Susanna c’erano costantemente il professor Pino Vidili, primario di Anestesia all’ospedale civile e medical director dell’Aisla regionale, e le infermiere Ica e Piera. Una squadra rodata che aiutava Susanna a superare ostacoli apparentemente invalicabili per una persona completamente paralizzata dal collo in giù. E che si commuoveva con lei nel realizzare imprese impossibili: come portare la carrozzina sino alla riva del mare e bagnarle il viso con l’acqua salata. O sopravvivere alla rottura del “montascale” proprio mentre stava per arrivare al pianerottolo di casa, e reagire allo scampato pericolo con una risata. Perché i muscoli del corpo erano paralizzati, è vero, ma quelli del viso sono rimasti sempre attivi, almeno abbastanza per riuscire a sorridere alla vita. «I malati di Sla sono davvero tanti, bisogna sostenere la ricerca e non abbassare mai la guardia – dice ancora Immacolata Campus –. Ma anche in questo la forza di Susanna trascinava tutti. Si era messa
in testa di fare aprire una sede Aisla a Sassari e ci è riuscita. E sino all’ultimo ha tampinato i dirigenti della Asl, ai quali scriveva continuamente e-mail severissime non appena venivano annunciati tagli per l’assistenza. Ecco, anche in questo l’assenza di Susanna è pesantissima».

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