Facebook ti controlla e ti usa

Il social network ha 2 miliardi di utenti, ma ora in tanti temono la sua invasività - IL COMMENTO

Nel suo bel romanzo del 2013 The Circle (anche trasposto per lo schermo nel 2017), lo scrittore americano Dave Eggers prefigurava un futuro molto prossimo, nel quale i maggiori social network e motori di ricerca si saldano insieme nel nome della connessione e fratellanza universale, dando vita però a un mondo da incubo. Un mondo nel quale anche le nostre emozioni più intime e personali sono date in pasto a tutti e a chiunque, e l’unica via d’uscita è la morte. L’allarme di Eggers sembra oggi condiviso da molti commentatori e analisti, ultimo Massimo Gaggi ieri sul Corriere. In realtà, quello che Facebook e gli altri social network hanno portato a un livello parossistico di pervasività non è un fenomeno nuovo. Lo abbiamo già sperimentato ampiamente con la televisione commerciale, dove il rapporto tra utente e servizio è in realtà rovesciato: noi spettatori siamo la merce e la televisione ci vende agli investitori che ci propinano le loro pubblicità. In altre parole ci illudiamo di fruire di un servizio, quando siamo invece noi, la nostra attenzione ad essere venduti.

Rispetto alla televisione, Facebook è ancora più avvolgente e insidioso, grazie all’illusione dell’interconnessione e della condivisione universale: dai suoi inizi ormai passati in leggenda dei primi anni duemila oggi Facebook raggiunge due miliardi di persone in tutto il mondo.

E con l’aumentare vertiginoso della sua diffusione aumentano a gran velocità anche gli allarmi sulle sue potenzialità negative. Con le polemiche e i sospetti sorti attorno all’elezione di Trump, Facebook è stato messo sotto accusa come veicolo incontrollabile di notizie false, il tramite migliore e più sfruttabile da individui e organizzazioni privi di scrupoli o addirittura criminali. A queste accuse si aggiungono molti studi autorevoli in campo medico e psichiatrico che hanno acclarato un nesso innegabile tra disagio e depressione, soprattutto giovanile, e uso dei social network. Le voci più critiche si sono levate poi dall’interno di Facebook stesso: solo pochi giorni fa, come riporta il New York Times, alcuni dei suoi ex dirigenti e sviluppatori si sono costituiti in società per mettere in guardia contro gli effetti negativi del social network. Il crollo d’immagine è arrivato a scalfire la notoria granitica indifferenza di Facebook: Mark Zuckerberg ha annunciato di voler disincentivare nei suoi utenti il consumo passivo di contenuti in favore di uno scambio più soddisfacente a livello umano con gli altri utenti. In realtà, questo cambio di direzione non sembra più di un semplice palliativo, che per ora ha avuto solo l’effetto di mettere in allarme gli investitori del gruppo. Non possiamo sperare che Facebook autoregoli se stesso e dobbiamo attrezzarci prima che sia troppo tardi non solo come individui, ma come Stati per arginare lo strapotere di Facebook e del Moloch spaventoso che minaccia di nascere dalla convergenza dei giganti di Internet: Facebook, Google, Amazon, Apple.

Un segnale importante lo ha dato l’Unione Europea: nel giugno 2017 la commissaria europea per la concorrenza Margrethe Vestager ha imposto una sanzione a Google per 2,4 miliardi di euro, con l'accusa di avere creato e mantenuto una posizione dominante nel settore delle ricerche per lo shopping online, a danno della libera concorrenza. Se a livello comunitario occorre intensificare questo tipo di vigilanza, come singoli possiamo seguire l’esempio di chi conosce il meccanismo

meglio di chiunque per usare i social network, non esserne usati. Tim Cook, Ceo di Apple, non lascia usare Facebook a suo nipote. Né, d’altra parte, Veronica Berlusconi permetteva ai suoi figli di vedere la televisione.

*Rettore dell’Università di Sassari

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