L'arcivescovo di Sassari: «Investiamo sulle persone per far ripartire l’isola»

Intervista con monsignor Gianfranco Saba, l'attenzione per i giovani e il ruolo della Chiesa

SASSARI. Sala del carcere di massima sicurezza, lo sguardo del giovane arcivescovo incrocia quello di un anziano detenuto che non gli stacca gli occhi di dosso. «Eccellenza, si ricorda di...?». «Ma certo, era un mio compagno di scuola» risponde monsignore e per un istante pensa che quel vecchio, dall’aria inspiegabilmente familiare, possa essere il padre del coetaneo riemerso dai ricordi dell’infanzia. «Quel bambino ero io» è la rivelazione, subito avvolta in un abbraccio carico di commozione. A raccontare l’episodio è l’arcivescovo Gian Franco Saba, 49 anni, da quattro mesi alla guida della diocesi sassarese. Nei primi quattro mesi del suo episcopato, il presule ha fatto decine di incontri e ha parlato con centinaia di persone. Eppure il volto di quel detenuto invecchiato precocemente, le sue lacrime, la sua vergogna, gli sono rimasti impressi.

Monsignore, cosa l’ha tanto colpita di questo incontro?
«A parte l’aspetto emotivo, l’episodio mi ha fatto riflettere tanto perché ho trovato nei miei ricordi di quel bambino lontano una traccia significativa. Nel ricordo un po’ sbiadito degli anni della infanzia, infatti, questa persona viveva già un grave disagio sociale in una famiglia non integrata. Una vita di povertà e di degrado che l’ha portato a fare errori, non so quali».



Lei aveva riconosciuto in quel detenuto il suo vecchio compagno di scuola?
«No. Purtroppo non sono fisionomista, inoltre il suo volto era molto segnato dalle esperienze di vita. È stato lui ad avvicinarsi e mi ha chiesto se ricordavo un certo bambino e gli ho risposto di sì. Mi ha detto “quel bambino sono io”. Ci siamo abbracciati ed è stato per entrambi un momento molto emozionante».

Il carcere di Bancali è un istituto di massima sicurezza. Quale realtà ha trovato?
«Mi hanno colpito molto le iniziative volte alla umanizzazione dell’ambiente, favorite dalla direttrice Patrizia Incollu, poi l’accoglienza nei vari ambiti che ho potuto visitare, e sono stati tanti. L’altra cosa che ho notato è la presenza molto attiva del volontariato che supporta quotidianamente il personale che lavora dentro il carcere».

Parliamo della sua nuova città e del suo territorio. Il 6 dicembre, in occasione della sua prima omelia alla messa per la festa di san Nicola, patrono di Sassari, ha molto colpito l’invito pubblico formulato a tutti gli attori sociali ad aprire una discussione corale sullo sviluppo della città e del territorio. Ha avuto risposte?
«Sì, positive e immediate. Appena conclusa la celebrazione della festa, già durante i saluti nella sacrestia storica del duomo, i rappresentanti delle istituzioni mi hanno manifestato piena disponibilità».

Questo incontro ancora non c’è stato, ma anticipiamo i temi. Cosa suggerirebbe a chi governa Sassari o la Sardegna?
«Farlo potrebbe apparire un atto di presunzione da parte mia, in ogni modo non mi sottraggo alla risposta. La mia idea è che occorra investire molto sul capitale umano. E devo dire che su questo abbiamo trovato un perfetto accordo con le istituzioni più forti qui in città: l’università, l’amministrazione comunale, la prefettura, l’azienda ospedaliera».

Tutti soggetti che siederanno intorno al tavolo di cui lei si è fatto promotore. Quale sarà il primo argomento in agenda?
«Occorre individuare alcuni temi che consentano alle due realtà, la Chiesa e le istituzioni, di cooperare nel rispetto delle reciproche autonomie per lo sviluppo della crescita umana e sociale di questo territorio. Inoltre questo mi sembra un modo tangibile di tradurre l’invito rivolto dal Santo Padre ai vescovi di dialogare con le istituzioni. Lui ha usato proprio queste parole: è vostro compito».

Nelle sue visite della città ha di certo avuto modo di vedere le condizioni di abbandono, non solo urbanistico ma in alcune zone anche di degrado sociale, del centro storico. Cosa pensa che bisognerebbe fare per ridare vita a questa parte della città?
«So che c’è un progetto di riqualificazione del centro storico e questa è una prospettiva molto positiva. Vivere in contesti più periferici non equivale a togliere vita al centro. Come avviene in tutte le grandi città, ci deve essere uno spazio di socializzazione che non sia di mero “uso e consumo”, come sono i grandi spazi commerciali che non stabiliscono solidità nei rapporti. Invece gli spazi duraturi, dove ci sono piattaforme che rimangono il simbolo di identificazione di una città, sono importanti. Questo è anche il problema pastorale. Il rischio infatti è di chiudersi nei propri quartieri, anche nelle proprie parrocchie, e di non vivere mai l’esperienza di un “noi”».

Alcuni episodi recenti hanno acceso i riflettori sui giovani e i rischi connessi ad alcuni modelli sbagliati. Parliamo di consumo esagerato di alcolici per dare un senso alle notti, ma anche di pericolosi giochi. Questi comportamenti la preoccupano?
«Trovo che sia abbastanza inutile fare discorsi moralistici o manifestare nostalgie per un passato che è passato. Si tratta, piuttosto di agire. Intendo dire che bisogna creare spazi concreti di incontro, oppure incentivare e promuovere quelli che già esistono ma che evidentemente non sono sufficienti».

Il suo primo atto episcopale, il giorno del suo arrivo in città il 1 ottobre, era stato l’incontro con i giovani in piazza d’Italia. Domenica scorsa li ha incontrati di nuovo e ha pranzato con loro. Cosa vi siete detti?
«È uno dei punti di un dialogo che va in crescendo positivo. È stata una occasione di confronto di conoscenza reciproca. Un punto di partenza per far sapere loro che la Chiesa offre spazi di dialogo e di confronto».



Qualcuno di questi giovani le ha confidato qualche disagio particolare?
«La circostanza non lo consentiva. Al di là dei problemi dei singoli, ritengo che il problema sia più generale di dispersione del mondo giovanile. Anche il giovane che viene a Sassari, “utilizza” le istituzioni, soprattutto quelle della formazione scolastica, e poi va via. Invece a quella età si ha bisogno di esperienze anche di comunità, di vivere la comunità giovanile. L’obiettivo della Chiesa diocesana, che ha trovato un buon supporto anche nell’amministrazione regionale, è quello di riqualificare alcune strutture della tradizione educativa e culturale sassarese perché ritornino ad essere degli spazi abitati rispondenti alle domande formative di oggi, e non degli spazi chiusi. Ho avuto modo di parlare con il presidente Pigliaru e la risposta è stata molto positiva».

Sta parlando di strutture di proprietà della Chiesa. Può dirci quali sono e che cosa diventeranno?
«Sono tutti, a partire dal Marianum, quegli edifici che negli anni cinquanta e sessanta erano strutture educative e che via via hanno perso la loro vocazione, la loro funzione di promozione umana. Anche qui, siamo in linea con l’invito del Papa che ci ha chiesto di guardare al nostro patrimonio immobiliare perché si riacquistino spazi per trasformarli in luoghi di vita, di formazione, di incontro. Questa prospettiva intendiamo attualizzarla anche a Sassari, una città con una vocazione specifica».

Nelle “lettere dal futuro” scritte a Natale dagli studenti sassaresi e pubblicate dalla Nuova Sardegna sono stati toccati due temi importanti. Il primo è quello del desiderio, espresso da tanti, di scappare da una realtà che i ragazzi non considerano all’altezza delle loro aspettative. Qualcuno invece vuole restare, ma a quale prezzo?
«La fuga è una tentazione presente, che ho riscontrato anch’io nei miei incontri con i giovani. Questo impulso potrebbe essere affrontato promuovendo gli scambi di comunicazione nazionali e internazionali ma, nel contempo, anche offrendo ai giovani concrete opportunità di permanenza, dando loro la consapevolezza del fatto che la permanenza in un luogo è legata alla presenza di autentiche opportunità, di studio e occupazionali. Se mancano queste, è evidente che i ragazzi si sentano quasi costretti ad andare via».



Il fatto, monsignore, è che nel Sassarese scarseggiano il lavoro e le prospettive. Anche volendo restare, i giovani rischiano di andare incontro a un futuro da disoccupati.
«Qui entrano in gioco tanti fattori. Ogni persona ha il diritto a un lavoro dignitoso. Non lo dico io ma la Costituzione italiana. Anche in prospettiva spirituale, il lavoro è la risposta alla promozione dell’opera della creazione che Dio ha affidato all’uomo perché la sviluppi. Sono convinto che anche la Sardegna debba avere strutture che rispondano alle diverse vocazioni umane. Tra queste c’è anche quella di chi vuole spendere tutte le proprie energie per promuovere studi, lavori e strutture di eccellenze. Queste richiedono magari più impegno e non è certo un bene che chi desidera cimentarsi in questi progetti sia costretto a farlo altrove perché nella sua terra non ci sono opportunità di farlo. Tutti i ceti sociali hanno diritto di poter accedere ai servizi di crescita umana, culturale e spirituale».

Un altro dei temi trattati dai ragazzi è quello della diversità, culturale ma anche dell’orientamento sessuale. Un tema, quest’ultimo, che Papa Francesco ha affrontato con parole chiare. Lei cosa pensa?
«Oggi noi viviamo in una società plurale. La diversità culturale non è mai un male, al contrario è una ricchezza, un dono. Questo è un dato teologico: se Dio ci ha pensati in modo soggettivo, è evidente che la persona ha un suo valore per se stessa e non per altro. Un’altra questione è il voler eliminare la diversità di genere, uomo o donna, in modo aprioristico. A mio modo di vedere, questa è una battaglia inutile che peraltro rappresenterebbe l’esatto contrario dell’accoglienza delle diversità».

Tra le diversità c’è anche l’omosessualità che a volte si accompagna alla discriminazione e al giudizio che ferisce. Qual è il suo messaggio ai giovani che hanno manifestato questo disagio?
«È profondamente sbagliato mettere alla berlina, deridere ed umiliare chi vive una esperienza di diversità in ordine ai propri orientamenti. Ciò che qualifica la persona non è il suo orientamento sessuale. La persona è il valore ed è al primo posto e se lo è, non ha senso cercare di indagare o di giudicare il suo orientamento sessuale o il suo orientamento su altri ambiti. La battaglia di genere è un’altra questione, un pericolo per l’umanità, ma l’accoglienza verso ogni persona per se stessa è il comune denominatore per una vita sociale che promuova ogni persona».

Parliamo di accoglienza, monsignore. Cosa pensa delle polemiche legate ai richiedenti asilo?
«Che ciò che ho detto riguardo al tema della diversità vale anche per i migranti, assolutamente. Il principio diffuso in questo momento tra la gente è che “se aiutiamo loro, togliamo qualcosa a noi”. Questo è un modo un po’ superficiale di affrontare la questione. Domandiamoci invece: che cosa non facciamo noi per aiutare noi stessi? Quali sono le potenzialità inespresse del nostro territorio?»

Il sistema dell’accoglienza è certamente complicato da gestire, sta creando spaccature drammatiche e fenomeni di intolleranza. Cosa fare per conciliare accoglienza e sicurezza sociale?
«Non si tratta di una accoglienza indiscriminata, ma di un fenomeno che mette in discussione anche quanto reggono le nostre strutture. Sulla base di esperienze di altre nazioni, occorre avere la capacità di vivere l’integrazione tenendo conto degli errori che sono stati fatti e che non è opportuno ripetere. L’altro aspetto della questione è che c’è una mobilità umana che nessuno fermerà. È una provocazione sociale epocale. Affrontiamola, senza fare una guerra, osservando i principi della legalità, della giustizia, del rispetto reciproco, della sicurezza pubblica».

Femminicidi, maltrattamenti, tanti casi di violenza sulle donne, anche negli ultimi giorni. Monsignore, cosa pensa di questo problema.
«Purtroppo le pareti domestiche hanno tenuto nascoste per troppo tempo veri e propri martìri. Credo ci sia una santità femminile che ha vissuto, sostenuta dalla fede, la fedeltà matrimoniale, l’amore materno, ha affrontato situazioni di violenza solo in una prospettiva di fede. Sono state donne martiri che hanno contribuito, nel nascondimento del dramma che stavano vivendo, al benessere dei figli».

Tuttavia, a queste donne bisogna anche dire che devono denunciare…
«Un aspetto è quello del martirio, l’altro aspetto che bisogna mettere in chiaro è che la violenza è sempre male. La violenza sulla donna è sempre deplorevole. La fede non incita alla violenza. La violenza può essere una forza nell’affrontare una situazione negativa, ma deve comunque essere trasformata. Per cui la promozione della donna, il ruolo della donna, sono da valorizzare. Può sembrare un pensiero “vecchio” ma la figura che necessita di una grande promozione sociale è quella della madre che rinuncia per un certo periodo al suo lavoro per accudire i figli».

Un’ultima domanda, monsignor Saba. Qualche giorno fa una donna malata di Sla ha deciso di farsi staccare la spina per porre fine a una lunga sofferenza. Lei cosa pensa di questo episodio e di questa scelta?
«Non possiedo documentazione scientifica e quindi preferisco non esprimermi sul caso specifico. In termini più generali, l’argomento sul “fine vita” è molto complesso. Penso che da una parte occorra evitare l’accanimento terapeutico. D’altro canto, a mio giudizio, decidere di chiudere la vita non è nelle mani dell’uomo. Questo è nelle mani di Dio».

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