La giustizia ingiusta e i beffati - IL COMMENTO

Il "mago" della finanza del Goceano brucia 24 miliardi: nessun risarcimento per le vittime

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Procura se lo ricordano bene, il “mago della finanza”. Un pomeriggio del 2001 si presentò nell’ufficio di un giovane magistrato per confessare di essersi un po’ distratto nel lavoro e di avere perso, giocando in Borsa, dodici milioni di euro che all’epoca venivano ancora dichiarati in lire: ventiquattro miliardi. Quei soldi erano i risparmi, in qualche caso i risparmi di una vita, di centinaia di famiglie che glieli avevano affidati serenamente. Perché il signor Campus, Tore per gli amici, era considerato un artista nel far fruttare i soldi e nel far volare in alto i sogni. Un mago, appunto, un abilissimo illusionista che fece sparire una somma vertiginosa. Erano gli anni della bolla speculativa, gli italiani giocavano in Borsa spensierati come bambini. Tore ci sapeva fare, godeva di fiducia incondizionata e i suoi clienti gli affidavano i loro soldi certi delle sue capacità, senza pretendere ricevute. In Goceano, a quei tempi, bastava una stretta di mano per fare un contratto di investimento. Il signor Campus riportò gli investitori con i piedi per terra: i guadagni con tassi a due cifre sono chimere che possono trasformarsi in incubi.

Sono passati diciassette anni da quello choc e alla resa dei conti, hanno pagato solo le vittime. La storia non è finita: nei giorni scorsi la Cassazione ha respinto il ricorso di due signore, eredi di uno dei risparmiatori finiti in bolletta nel 2001. Siccome il signor Campus era un agente di una società multinazionale, le due donne speravano di potersi rivalere sul presunto responsabile civile per il risarcimento del danno. Si sbagliavano e il ricorso è stato respinto. Le due eredi sono state condannate a pagare, ciascuna, settemila euro di spese legali più altri duecento. Una cifra che ha il sapore della beffa dopo il danno.

Il mago della finanza, almeno dal punto di vista giudiziario, invece ha fatto bene i suoi calcoli. Il signor Campus non ha fatto un solo giorno di detenzione, neppure agli arresti domiciliari. La piena confessione aveva fatto venir meno il pericolo di fuga, che avrebbe giustificato un ordine di arresto dell’indagato, ma anche quello di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. In effetti, dopo lo scandalo nessuno avrebbe mai affidato neppure un euro per il parchimetro all’ex mago. Di prove da inquinare, poi, non ce n’erano proprio: soldi, contratti, cambiali erano coriandoli in questa storia del più grande crack finanziario di un intero territorio.

Nonostante la confessione piena e spontanea dell’imputato, che dovrebbe rendere superfluo ogni altro accertamento tecnico, il processo è invece andato avanti così a lungo da arrivare alla dichiarazione di prescrizione di tutti i reati. Il signor Campus, insomma, se l’è cavata a buon mercato. Anche perché non ha pagato neppure un euro di risarcimento alle duecento persone offese, perché è un nullatenente. Lui è uno che non paga i debiti, non c’è quindi da stupirsi che non abbia saldato quello con la giustizia. Tutto nel rispetto della legge però surreale, come lo Stato che alla fine presenta il conto alle vittime.

La giustizia viene rappresentata come una donna bendata che impugna con una mano la bilancia e con l’altra una spada. E a volte colpisce a casaccio.


 

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