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Top 500 Sardegna: Saras e Sarlux, le due big. I Moratti investono in attesa di un'alleanza

La sala di controllo dello stabilimento Sarlux

Il general manager Scaffardi: in grado di lavorare fino a 40 differenti tipi di grezzo. La centrale di Sarroch produce un terzo dell'energia presente nella rete sarda

Guida praticamente da sempre la classifica delle imprese sarde, e come tutti i giganti ha un peso che va al di là della sola forza dei numeri. Il gruppo Saras, con la raffineria e la controllata Sarlux (produzione di energia elettrica), ha un ruolo ormai consolidato di leader del sistema industriale sardo. Dai primi anni Sessanta a oggi l’azienda dei Moratti è stata il perno intorno a cui sono ruotate le politiche industriali non solo del sud Sardegna ma spesso dell’intera isola. Le dimensioni dell’impresa, con quasi duemila addetti, decine di appaltatori e un nucleo industriale ormai consolidato, ne fanno una impresa strategica anche per la sicurezza economica del sistema-paese. A Sarroch si lavora un quinto del greggio trattato in Italia (e un quarto dei semilavorati, come benzina e diesel, a più alto valore aggiunto) e si produce tramite Sarlux un terzo dell’energia elettrica presente nella rete sarda.

Il gruppo Saras (quotato in Borsa con una capitalizzazione vicina a 1,6 miliardi) dovrebbe chiudere il 2017 con una performance sui conti leggermente inferiore al precedente esercizio, ma comunque in territorio ampiamente positivo, oltre i 135 milioni di euro. Tra due settimane saranno resi noti i dati ufficiali. Il terzo trimestre del 2017 si è chiuso con un utile superiore ai 109 milioni di euro, con la Sarlux che si mantiene stabile e la raffinazione che invece quasi dimezza l’utile. In mercati altamente volatili come quello petrolifero e della raffinazione, avere un polmone finanziario certo, rappresentato dalla centrale elettrica, perfettamente integrata nella raffineria anche industrialmente, è una garanzia in più. La raffineria, per gli analisti internazionali di Emc, riesce a strappare margini di raffinazione più elevati dei concorrenti per la capacità di conversione e la flessibilità degli impianti.

«Per sfruttare al meglio queste caratteristiche – ci dice Dario Scaffardi, vicepresidente esecutivo e general manager di Saras – è stato sviluppato un modello di business basato sullo stretto coordinamento tra le operazioni di raffineria e quelle commerciali. Per tale motivo possono variare di anno in anno le rese produttive ed ancora di più le tipologie di grezzi che vengono acquistati. La raffineria è stata in grado di lavorare fino a oltre 40 differenti tipi di grezzo in un solo anno». La peculiarità di Saras è che la raffineria lavora per conto terzi. Acquista petrolio, e poi vende i lavorati. Per questo motivo Saras monitora in contemporanea due mercati profondamente diversi (quello del petrolio è più esposto alle instabilità geopolitiche, quello dei derivati è più legato ai cicli economici) proteggendosi dai rischi con strumenti finanziari complessi e costosi.



Come sarà la Saras del futuro? Utili informazioni arrivano dal contratto siglato due mesi fa con Aspen Technology, gigante Usa del settore informatico applicato all’industria. «Il contratto – continua Scaffardi – fa parte di un importante programma di digitalizzazione della raffineria che è stato avviato alla fine del 2016 e sta proseguendo in maniera soddisfacente. Il programma prevede l'applicazione delle innovazioni della cosiddetta Industria 4.0 (cioè una produzione industriale automatizzata e interconnessa - ndr) alla nostra realtà, facendo leva sul know-how delle nostre persone, e ha come obiettivo rafforzare ulteriormente le caratteristiche di affidabilità, efficienza e flessibilità che da sempre caratterizzano il nostro modello di business. Ci aspettiamo un contributo importante da tali iniziative in termini di sempre maggiore sicurezza, di efficienza e, quindi, di risparmio di costi non ancora quantificato».

Dopo il divorzio con i russi di Rosneft, non è detto che Saras vada in tempi rapidi alla ricerca di un nuovo partner. La proprietà è nelle mani dei fratelli Moratti che insieme hanno poco più del 50 per cento delle azioni; il resto è sul mercato, frazionato in tante quote tra le quali spicca quella del fondo sovrano norvegese.