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Top 500 Sardegna: Fratelli Pinna, le nuove strategie del pecorino

Lavorazione del formaggio alla Fratelli Pinna

La più grande azienda dell'isola specializzata in formaggi. «Stiamo destinando risorse verso prodotti diversi. E proporremo alternative ai consumatori Usa»

Cento anni di vita nel 2019: una storia, quella della Fratelli Pinna di Thiesi, che dagli inizi del secolo con i pionieri Giommaria e Francesco sino a oggi parla la stessa lingua, ovvero grande intelligenza nelle scelte e caparbietà nello stile di conduzione. L’azienda casearia è al 37° posto nell’isola, al primo tra quelle strettamente specializzate nel settore formaggi.

«Nel 2016 ha avuto un fatturato di 52,7 milioni di euro – spiega uno dei dirigenti, Andrea Pinna, terza generazione della famiglia – . Una decina di milioni in meno rispetto al 2015, quando toccammo il fatturato massimo di 62-63 milioni. Dovemmo fare i conti con il crollo del prezzo del pecorino romano che favorì la perdita di esercizio. Il dato del 2017 invece dovrebbe essere in pareggio, forse leggermente in attivo. E per il 2018 ci sono prospettive sicuramente migliori».

La Fratelli Pinna lavora 38-40 milioni di litri di latte l’anno tra pecora e capra, la vendita di formaggi è intorno agli 8 milioni e mezzo di chili. Non aver puntato tutto sul pecorino romano è stata una scelta vincente, alla luce di quel che succede oggi: «E lo sarà sempre di più. Tutti i nostri sforzi dal punto di vista commerciale sono indirizzati a destinare risorse verso formaggi diversi rispetto al pecorino romano, prodotto essenzialmente da grattugia, che quando va giù si trascina dietro il mercato. Con i nostri prodotti brandizzati, come il Brigante, nostro fiore all’occhiello, o il Medoro, si può cercare di produrre plusvalore».

Quella dei Pinna è una storia esemplare, quali sono stati i passaggi cruciali? «Nel 1957 nasce il primo caseificio – dice Andrea Pinna –, in cui veniva trasformato il latte e non solo lavorato il formaggio prodotto nei vari paesi. Poi i vari ingrandimenti. Determinante la crescita dei formaggi da tavola a cavallo degli anni 60-70, quindi il secondo importante investimento nell’83 e quelli negli anni 2000. Occupiamo 180 dipendenti tra fissi e stagionali».

Una buona fetta del mercato è all’estero: il 35%, quasi tutto negli Usa, dove si vende soprattutto il romano. «Stiamo facendo degli sforzi per sviluppare prodotti alternativi anche negli States, ma non è facile cambiare le abitudini dei consumatori». Il futuro? «Stiamo facendo un ulteriore investimento su un impianto per formaggi da tavola da brandizzare, per metterci ulteriormente al sicuro dagli sbalzi del mercato. Brigante è il nostro cavallo di battaglia, prodotti come questo sono la chiave per uscire dalle incertezze».