Di Maio sente la vittoria: la Sardegna è tutta con noi

Bagno di folla a Cagliari per il leader grillino: il Pd è sparito, la sfida è con Fi-Lega «La sinistra ha tradito gli operai, la destra le imprese: col M5s ogni strato sociale»

CAGLIARI. Millecinquecento sardi in sala, il salone della Fiera è pieno, c’è gente arrivata da Sassari e Porto Torres, sindaco compreso. Sold out, i ritardatari restano in piedi. Il primo saluto di Luigi Di Maio dal palco è però per la terza fila: «Lì ci sono seduti alcuni miei concittadini di Pomigliano d’Arco, mi seguono dovunque». Anche nella sua seconda volta in Sardegna, dopo poche settimane dalla prima, per la campagna elettorale di febbraio-marzo. La platea, caricata a molla dal coordinantore regionale dei Cinque stelle, Mario Puddu, e da un po’ di candidati alle Politiche, vuol sentire parlare subito della «nostra terra», e lui ha la slide pronta con annessa un’orazione più passionale del solito. «Siete meravigliosi, bellissimi», dice dopo aver indicato una cartina di un giallo più o meno intenso. «Vi ringrazio. Vedete, la Sardegna è tutta gialla. È il colore del nostro Movimento. Lo dicono i sondaggi, gli altri partiti non ci sono nemmeno». Per andare in crescendo: «Anche il 4 marzo vi voglio così: gialli. Tutti per il nostro, il vostro Movimento». Le ultime intenzioni di voto danno ragione eccome al capo politico e candidato-premier dei Cinque stelle. Qui, stando ai bookmaker, i grillini sono in testa nei sei collegi uninominali per la Camera, anche se qualcosa d’importante l’avrebbero persa nell’ultima settimana dopo il caos dei rimborsi parlamentari fantasma – di cui accennerà solo con questa frase: «Noi chi sbaglia lo mettiamo alla porta, gli altri se lo tengono in casa o peggio se lo portano dentro» – e sarebbero messi bene anche nella corsa per il Senato. Dunque, Di Maio gioca in casa, con il suo solito tono che è un continuo saliscendi fra note medie e altre basse. Non grida, lui parla, anche se sulla Sardegna dirà poco nell’ora abbondante di comizio. Si gode la colonna sonora rock scelta dallo Staff e l’ovazione spontanea che lo accoglie: è un ingresso da star, con il passaggio fra chi si alza in piedi, sventola bandiere e prova a toccarlo. In sala ci sono moltissimi giovani, poi chi ha superato i cinquanta, tanti, e i sessanta anche, più intere famiglie. È proprio la varietà del mondo pentastellato a colpire. Il «nostro popolo – dice dopo la premessa – è formato da ogni strato sociale. Perché la sinistra ha tradito gli operai, Berlinguer e Gramsci, mentre la destra le imprese». Si sente, seppure non da solo, «ricordate, ho bisogno di voi, i cittadini», un salvatore della Patria e lo dichiara, ma senza essere arrogante: «Dopo il 4 marzo, in questo Paese cambierà tutto e sarà così grazie al vostro voto e al voto di chi, in questi anni, ha disertato i seggi per protesta ma presto ritornerà a votare. Noi tutti siamo la speranza dell’Italia». Ha un mazzetto di foglietti in mano, ma gran parte del discorso è a braccio, anche se ci sono le slide a dettargli tempi e argomenti. «Lo sappiamo, ormai siamo a un ballottaggio fra noi e il centrodestra. Il Pd s’è fatto fuori da solo. Per questo siamo a un bivio. Non possiamo ridare il via libera a una classe politica che ha rubato il futuro alla mia generazione (a luglio compirà 32 anni), a quella precedente e che vorrebbe mettere all’angolo anche la successiva. Basta, il nostro domani è di nuovo nelle nostre mani», mentre sul maxischermo scorre lo slogan partecipa-scegli-cambia, e nell’atrio continua ad accendersi una sorta di bancomat al contrario: raccoglie le offerte, carte di credito comprese, e vai via con la ricevuta. Dentro gli applausi sono continui, gli incitamenti anche. Soprattutto quando parla d’ impresentabili e denuncia gli affari sporchi nella «mia Terra dei fuochi, la Campania», fino a pretendere le dimissioni di qualunque amministrazione «inquinata dalla famiglia De Luca», il governatore Vincenzo e figli, «Quelli che il Pd difende e che fanno comodo anche a Berlusconi». Su cui dirà: «È rimasto lo stesso del 2001, capelli ritrovati a parte, solo che questa volta non può ricandidarsi e deve scegliere. Ma non vuole Salvini e neanche Giorgia Meloni. È chiaro a tutti? Il centrodestra è un’accozzaglia». Del Pd quasi neanche si preoccupa: «Renzi, Gentiloni o Minniti? Sono uguali e sapete perché? Perché ci hanno reso tutti infelici, Gli unici felici sono loro che continuiamo a snocciolare i dati di una ripresa che non c’è». Della Sardegna ritornerà a parlare sul finire, quando farà la differenza fra un’Europa che permette l’esportazione delle bombe (dalla Rwm di Domusnovas) ma «vi vieta di esportare le eccellenze agroalimentari, o vi rema contro nell’artigianato». Di chi le colpe? Di «un’Europa sbagliata così com’è, non c’è dubbio, ma soprattutto dei governi che mai l’hanno difesa. Con noi, tranquilli, questo non accadrà». Poco prima aveva elencato i punti forti del programma: dal reddito di cittadinanza alla pensione minima, dai benefit alle aziende che assumono alle 400 leggi da tagliare nei primi 100 giorni di governo. «Perché anche grazie a una Sardegna tutta gialla, i 5 stelle non solo continueranno a essere il primo partito, ma diventeranno un
movimento popolare di governo». Con la lista dei ministri, annunciata, «anche se sono scaramantico», alla vigilia del 4 marzo. Ci sarà un sardo nella squadra? Chissà, bisognerà vedere se la riconoscenza è fra i pregi di chi, con molto anticipo, si dice ormai quasi certo della vittoria.

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