Il tubero dei monti possibile salvezza per il settore ovino

Un discorso a parte merita la patata di montagna, dalla buccia rossastra: «Sin dal 2000 – spiega Antonio Maccioni, dirigente di Laore – abbiamo lavorato su un progetto mirato a rilanciare una...

Un discorso a parte merita la patata di montagna, dalla buccia rossastra: «Sin dal 2000 – spiega Antonio Maccioni, dirigente di Laore – abbiamo lavorato su un progetto mirato a rilanciare una produzione che e ra limitata alle coltivazioni a uso familiare. Parliamo di Gavoi, Fonni, Ollolai, Orgosolo, Mamoiada, ora anche a Sarule e Olzai qualcuno sta cominciando a coltivare per vendere e acquista macchinari. Un successo. Si tratta di 40-50 ettari, un buon numero. È una patata diversa, nasce nelle Ande, ed è nelle zone di montagna che dà il meglio di sé, dato che ha bisogno di escursione termica per assumere il sapore particolare che le sta procurando sempre più estimatori. Quella differenza di prezzo per i consumatori non è così pesante, ma lo è per chi produce. E poi non richiede costosi trattamenti con fitofarmaci». Chi coltiva in montagna? «Sono tutti allevatori, come da tradizione: loro hanno i terreni.
E la coltivazione avviene in periodi estivi, quando con gli ovini c’è meno lavoro. La patata è diventata una possibile salvezza per un settore ovino in difficoltà. E a Fonni un gruppo di produttori ha costituito una rete che dalla scorsa estate abbina altre ortive». (a.palm.)


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