La patata viola che piace tanto agli chef è partita da Scano Montiferro

Assomiglia molto alla Vitelotte, ma rappresenta una biodiversità, ed è molto produttiva. La Regione sta pensando a progetti di valorizzazione mirati al mercato dell’alta ristorazione

SCANO MONTIFERRO. In agricoltura non vale la scaramanzia: il viola è più bello. E la patata di questo colore si ritaglia spazi sempre più ampi tra le tante esistenti. I conquistadores che sconfissero l’impero Inca nel ’500 scoprirono che quel popolo coltivava tantissime varietà, ognuna per le varie esigenze. Ma non ne capirono le tante potenzialità e l’ortaggio, che apparve in Europa e in Sardegna con gli spagnoli intorno al ’600, tardò a imporsi, spinto poi dalle esigenze alimentari che ne consentirono la scoperta sotto il profilo culinario. Oggi è un dono della terra irrinunciabile di cui l’isola non ha forse ancora imparato a godere appieno.

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Ebbene, tra le coltivazioni che stanno conquistando terreno c’è quella della patata viola: «È partita da Scano Montiferro – spiega Antonio Maccioni di Laore – , assomiglia molto alla Vitelotte, ma rappresenta una biodiversità, ed è molto produttiva. Fondamentalmente viene usata nei ristoranti, la Regione sta pensando a dei progetti di valorizzazione mirati al mercato dell’alta ristorazione o di quella locale». La patata viola, infatti, a causa della sua colorazione, è piuttosto scenografica e decorativa, una dote che piace molto ai cuochi che ne apprezzano molto la sua notevole versatilità. Anche perché non ha bisogno di essere pelata, avendo una buccia molto sottile; ma anche grazie all’ottima resa nella frittura. Piaceva anche ad Alexander Dumas che nel “Grande dizionario di cucina” del 1873, scriveva: “Le migliori sono senza dubbio le violette, preferibili addirittura a quelle rosse, note a Parigi con il nome Vitelottes”. E ad Arborea un giovane piuttosto intraprendente, Stefano Orrù, ha dato anche un nome, “Fioba-La violetta sarda” alla sua produzione, intuendone le potenzialità commerciali.

E poi c’è una novità in arrivo: «Con Agris e comitati per la biodiversità noi di Laore abbiamo ritrovato e salvato la vecchia patata di montagna – dice Antonio Maccioni –. Era stata conservata da due-tre contadini. Per ora l’abbiamo chiamata “agricola”. L’abbiamo mandata in Inghilterra per risanarla dai virus, l’obbiettivo è il rilancio commerciale. Dalle prime analisi arriva già una certezza: non ne esiste una uguale». Un altro tassello che si aggiunge al vasto panorama delle biodiversità sarde.

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