L'INTERVISTA - Guida il Comune da 9 anni, ma non chiamatemi sindaca

Il primo cittadino di Onanì: «La parità di genere non c’entra con il linguaggio»

SASSARI. Sindaca o sindaco? Meglio sindaco, risponde subito Clara Michelangeli. Che, confessa, alla lunga discussione sulla parità di genere nel linguaggio non si è molto appassionata. Dal 2009 primo cittadino di Onanì, comune della Baronia di 390 abitanti, il sindaco Michelangeli, di professione agronomo e mamma di un bimbo, indossa la fascia da quando aveva 28 anni. Il secondo mandato si chiuderà l’anno prossimo e sull’eventuale tripletta ancora non ha deciso. Tutti in paese la chiamano sindaco perché lei preferisce così. «La verità? Non credo che l’utilizzo del genere maschile sia una forma di discriminazione nei confronti delle donne. La parità è altro».

E' giusto festeggiare l'8 marzo?

«Certo, la festa della donna è importantissima per ricordare le discriminazioni subite in passato, per manifestare solidarietà a chi vive in Paesi dove la donna subisce emarginazione, violenze e abusi. E soprattutto per ricordare chi per colpa di uomini violenti soffre e spesso perde la vita».

La violenza di genere è un fenomeno in crescita, come combatterlo?

«Io credo che prima di tutto debbano essere educati gli uomini. Il rispetto deve essere insegnato a chi non lo manifesta in maniera naturale. E gli uomini in gamba devono essere d’esempio per gli altri. Per questo oggi nelle piazze colorate di rosa e negli appuntamenti dedicati all’8 marzo, sarebbe bello vedere non solo donne ma anche mariti, fidanzati, fratelli».

Flash mob, corse rosa, spettacoli teatrali e convegni: sono utili per contrastare la violenza sulle donne?

«Sono importanti per almeno due aspetti: per sensibilizzare il numero più alto di persone sul fenomeno e per fare sentire le vittime meno sole. In una situazione di abusi la solitudine spinge a chiudersi in se stesse e fa crescere la paura».

È questa paura che spinge tante vittime a non denunciare?

«Credo che diversi sentimenti si mescolino. La paura, la vergogna, spesso la volontà di non turbare i figli, magari bambini. Ma incide moltissimo anche l’incertezza del dopo, di quello che accadrà se si decide di dire basta. Per questo serve una rete, la società deve essere in grado di accogliere e tutelare queste donne. E le manifestazioni dell’8 marzo, la condivisione di situazioni simili, il confronto delle esperienze, aiutano a capire che è possibile uscirne»

Lei è mai stata discriminata in quanto donna da quando fa politica?

«Non nel ruolo di sindaco. Ma in politica i pregiudizi resistono ed è difficile scardinarli. Soprattutto se decidi di fare il salto, mi è successo quando decisi di candidarmi alle Regionali».

Qualcuno la criticò?

«Mi dissero cose che a un uomo non avrebbero detto. “Sei sicura di volerti impegnare così tanto in politica? Hai riflettuto sul fatto che trascurerai la famiglia, il tuo bambino?”. Ci rimasi male, ebbi la conferma che la parità di genere è un sogno lontano».

Il consiglio regionale ha approvato la legge sulla doppia preferenza. Sarà utile?

«Una premessa: per fare politica bisogna avere una forte passione, e la passione non ha sesso. Per questo ritengo che la legge sarà utile per garantire una maggiore presenza di donne in consiglio regionale, che sono certamente poche. Ma neanche questa è la soluzione».

Si spieghi meglio.


«Le capacità, come la passione, non dipendono dal sesso. Sarebbe sbagliato votare una donna (o un uomo) solo per garantire parità numerica. Le forzature possono rivelarsi controproducenti. La vera parità arriverà quando le donne saranno premiate per il loro valore».
 

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