La seconda vita di Giovanna Gravina nell’isola amata dal padre

La figlia di Volontè abita da 22 anni alla Maddalena: «Una scelta di sopravvivenza. Il rapporto con la natura è un bisogno: mangio ciò che raccolgo e vado a pescare»

LA MADDALENA. La prima volta alla Maddalena aveva 8 anni, ospite a casa di amici di famiglia. Da quel momento l’isola ha avuto un ruolo sempre più da protagonista nella sua vita. Il padre l’aveva scelta come rifugio, la madre come residenza estiva. Per Giovanna ogni occasione è buona per tornare alla Maddalena. Estate, inverno, Natale, Pasqua. L’isola è la sua seconda casa. Fino a quando 22 anni fa non decide di farla diventare la sua unica dimora. Il suo eremo lontano dal caos della Capitale. Giovanna Gravina non è un nome qualunque. Il padre è Gian Maria Volontè, il più attore degli attori, la madre è Carla Gravina, star della tv, del teatro e del cinema tra gli anni ’50 e ’80 e poi deputata comunista. Ma per tutti alla Maddalena lei è Giovanna “quella del cinema”. Sì, perché è lei, con l’associazione Quasar, a gestire la sala invernale, l’arena estiva e il festival “La valigia dell’attore” dedicato al padre, che proprio nell’isola volle essere sepolto. «Quando decisi di lasciare Roma per trasferirmi alla Maddalena Gian Maria (lei il padre lo chiama così, per nome, ndr) era morto da un anno. In molti pensavano che volessi seguire le sue spoglie e una volta elaborato il lutto sarei tornata a Roma. Sbagliavano: sono qui da 22 anni e non me ne andrei per nulla al mondo».



Il vento. Il primo ricordo di Giovanna alla Maddalena è legato al vento. «Mi aggrappai a un lampione di Cala Gavetta per non prendere il volo, da allora mi ritengo malata di sindrome di ponente – racconta –. Era una Pasqua di fine anni ’60. Venni ospite di Giovannella Solinas, moglie di Franco, grande amico di Gian Maria. Io ero coetanea dei figli e giocavamo insieme. Gian Maria aveva già scoperto l’isola. A portarlo qui fu la passione per la vela, il Centro velico di Caprera, di cui fu prima allievo e poi istruttore. Quella prima volta io venni da sola. Ma tutti i miei ritorni nell’isola sono legati alla barca di Gian Maria, l’Arzachena, con cui abbiamo girato tutta la Sardegna. Lui trascorreva tanto tempo alla Maddalena, per un paio d’anni ha vissuto in barca al porto. E a un certo punto anche mia madre ha preso casa nell’isola. E così appena potevo venivo a rifugiarmi qui. Non solo d’estate ma anche d’inverno. Il rapporto con la natura è per me un bisogno, una necessità».

La scelta. Ed è stata proprio quella necessità di mare, verde, natura che ha spinto Giovanna a rifugiarsi nell’isola. «È stata un scelta di sopravvivenza. Ho un rapporto quotidiano con la natura. Mangio quello che raccolgo, erbette, funghi. Per me pescare è come lo yoga, mi astraggo. È uno stile di vita che non cambierei mai. Quando vengono a trovarmi amici da Roma dicono che è tutto bellissimo, ma che non ce la farebbero mai a vivere così. Per me è l’esatto contrario. Io le poche volte che ormai raggiungo la capitale non vedo l’ora di tornare alla Maddalena. Solo quando salgo sul traghetto a Palau riprendo a respirare. Per me Roma resta una città bellissima, ma perché so che poi ritorno altrove. Trovo inconcepibile stare ore nel traffico, trovo inaccettabile che l’umanità tenda a concentrarsi nelle metropoli. Penso a tutta la povera gente che vive nelle stazioni e ripenso a quel clochard che stava qui alla Maddalena. Dentro di me dicevo: è stato comunque intelligente perché ha scelto di vivere in un posto meraviglioso. Io la mattina mi sveglio e sono felice. E mio figlio 32enne, ormai maddalenino, la pensa come me. Mi dispiace solo che tanti ragazzi nati qui non vedano l’ora di andarsene, anche perché purtroppo il lavoro è sempre meno».

Il cinema. Arrivata alla Maddalena Giovanna si è inventata un lavoro. «Ho avuto il privilegio di potermelo inventare – dice –. Ho iniziato in una libreria, poi ho aperto una rigatteria. Ma la mia grande passione restava il cinema. Allora nell’isola aveva chiuso lo storico Medoro e a me mancava troppo vedere i film. Per fortuite coincidenze ritrovai un mio amico di gioventù che da Firenze era tornato alla Maddalena, Fabio Canu, con cui abbiamo fondato l’associazione culturale Quasar, e insieme abbiamo preso in gestione la sala di Palau. Da lì abbiamo imparato come si allestisce un cinema e abbiamo iniziato a organizzare l’arena estiva nei giardini pubblici. E poi la Marina ci ha affittato una sala per l’inverno. Una sala gigante da 800 posti. Troppi, per questo vorremmo che il Comune ci mettesse a disposizione una saletta pubblica più idonea per fare cinema, come c’è a Palau, Santa Teresa e Arzachena». E dal 2003 Giovanna organizza a luglio, ogni estate, il festival “La valigia dell’attore”, dedicato al padre, che negli anni ha visto sbarcare nell’isola il meglio del cinema italiano, da Servillo a Rubini, da Scola alla Golino. Con i grandi del cinema che insegnano il mestiere agli aspiranti attori in laboratori unici nel panorama cinematografico italiano.

Figlia di. Giovanna Gravina, insomma, è ormai anche lei una maddalenina doc. «Esco di casa e tutti mi salutano per nome, tutti mi conoscono. C’è una familiarità curiosa che mi piace moltissimo perché altrove non esiste. A Roma non sai neanche chi abita nel tuo pianerottolo». Ma per tutti resta la “figlia di”. «Ma non alla Maddalena, qui sono Giovanna “quella del cinema”. Sono quella che stava alla cassa, staccava i biglietti. O anche “quella delle orate e dei funghi”, perché dicono che non ne lascio agli altri. Certo, se poi qualcuno non mi conosce gli spiegano chi sono. Essere “figli di” può essere un limite o un vantaggio, Gian Maria non era un nome qualsiasi. Quando ero bambina avevo paura di non essere mai me stessa e mi presentavo solo Giovanna. Adesso invece ne sono orgogliosa. E dico: ebbene sì, sono la “figlia di”».

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