Soru: lo Statuto è superato, va cambiato

L’ex governatore a Bauladu: «Oggi il mondo è diverso dal 1948. Affossati tutti i tentativi di riforma»

BAULADU. Materia un po’ ostica e dallo scarso appeal: ma quando si tratta di regole che sovrintendono al funzionamento della macchina pubblica le ripercussioni sulla vita di tutti noi sono inevitabili. Anche quando si parla, in termini pratici, al di là delle commemorazioni, dello Statuto della Regione. Statuto di autonomia, che ha appena festeggiato 70 anni. Su colpe e rimpianti del passato e prospettive per il futuro della “Costituzione dei sardi” si sono confrontati a Bauladu, nell’ambito del festival “Ananti de sa Ziminera” l’ex governatore Renato Soru e il sociologo Salvatore Cubeddu in un dibattito moderato dal giornalista della Nuova Roberto Petretto.

Lo statuto del 1948, frutto di un compromesso e in qualche modo, di un accordo al ribasso, ha regolato in questi 70 anni il funzionamento e delimitato le competenze della Regione. Né Soru né Cubeddu hanno tessuto le lodi di quel testo che già all’indomani della sua approvazione iniziò a incassare critiche. Troppo limitata la parte delle entrate della Regione, in percentuale sul gettito fiscale dello Stato, limitate le competenze in materia di imposizione diretta, trasporti, energia, cultura. A nulla vale, secondo Soru, l’obiezione che, nonostante i suoi riconosciuti limiti, lo Statuto sia rimasto per larghe parti inattuato. C’è voluta la vertenza entrate, avviata proprio dalla presidenza Soru, per vedersi riconosciuto (almeno in parte) il pagamento di spettanze ben definite da testo dello Statuto. «Lo Statuto non è per forza uno strumento che deve arrivare ad esaurimento per poterne prevedere la riforma – ha detto Soru – Il mondo, la Sardegna, non sono più quelli del 1948. Nello statuto si parla ancora di saline. Il mondo è cambiato, lo statuto no». Sarebbe stato (e sarebbe ancora) necessario cambiare. Una riforma che anche Cubeddu, profondo conoscitore della storia del testo e delle successive proposte di riforma, sarebbe auspicabile: «Volete conoscere la mia idea di statuto? Ne ho un testo pronto nella borsa. Ci si è lavorato tanto, ci hanno lavorato tante persone. Altre proposte sono state elaborate. Una la scrisse Cossiga». Secondo Cubeddu la strada scelta per arrivare alla riforma indicherebbe già una posizione ideologica. Una riforma fatta dal Consiglio sarebbe il segnale di un percorso nel solco del tradizionale rapporto Stato-Regione. Una riforma affidata a un’assemblea costituente avrebbe invece un marcato significato autonomista o addirittura indipendentista. Secondo Cubeddu, però, la classe politica sarda non ha mostrato interesse per la riforma dello Statuto negli ultimi anni e dubita che possa riscoprire questo interesse nell’ultimo anno di legislatura. Di diverso parere Soru: «Non è la classe politica a non avere in testa la questione dello Statuto. Questo argomento non interessa
la gente. I tentativi di darsi nuove regole ci sono stati. La legge statutaria era stata approvata. Avremmo potuto cominciare a usare le competenze che abbiamo. Invece è stata affossata». E una riforma non sembra proprio all’orizzonte: l’agenda politica ha altre priorità.



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