Alluminio e formaggi sardi ansia per l’effetto Trump

Il protezionismo Usa allenta l’ottimismo per la rinascita di Alcoa ed Eurallumina L’assessore Piras: «Per ora non ci sono segnali negativi, ma occorre stare attenti» 

SASSARI. Si dice che il battito d’ali di una farfalla possa provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Ma il presidente Usa Trump in versione lepidottero con i suoi dazi (minacciati o firmati come quelli su acciaio e alluminio) può essere in grado di provocare sconquassi nella piccola economia sarda dalla parte opposta dell’Atlantico? Il problema si pone proprio ora che la soluzione alle vertenze delle industrie dell’alluminio nell’isola sembra girare al bello con l’acquisizione dell’Alcoa da parte di Sider Alloys e con buone prospettive anche per il futuro di Eurallumina. Ma anche l’agroalimentare (specie col pecorino romano), non lascia tranquilli.

Maria Grazia Piras, assessore regionale all’industria: «Appreso delle intenzioni americane sui dazi, abbiamo pensato subito alle conseguenze per un settore che sta cercando di ripartire, come l’alluminio. Ma sia per il tipo di piano industriale che per averci ragionato con l’azienda, posso dire che al momento Alcoa non è preoccupata, avendo dichiarato che la produzione è orientata sul mercato europeo». Il pericolo potrebbe però arrivare dallo spostamento sul mercato europeo di alluminio cinese a prezzi notevolmente ribassati: «È vero, occorre porci il problema – dice la Piras – anche se non si intravvedono segnali di crisi. Certo la politica di Trump deve essere tenuta d’occhio, anche per il settore agroalimentare in cui abbiamo un export verso gli Usa di 150 milioni di euro, di cui 101 sono rappresentati dal settore manifatturiero (vini, acqua e soprattutto formaggi). Per ora non siamo preoccupati, i dazi sembrano non interessare il settore».

Contrarietà per la politica Usa anche da parte del presidente regionale di Confindustria, Alberto Scanu: «Le zone di libero scambio hanno sempre portato vantaggi ai paesi coinvolti. Un conto sono i dazi che si applicano per esempio nei confronti della Cina, che non è ancora un'economia di mercato, altro è il protezionismo degli Usa nei confronti di un'altra economia di mercato quale l'Ue. Per quanto riguarda la Sardegna esprimiamo forte preoccupazione sia per l’industria agroalimentare, sia per alcuni settori nei quali la produzione dovrebbe ripartire a breve, in particolare il settore dell’alluminio. Nel momento in cui l’Italia ha deciso di darsi una politica industriale, decidendo di far ripartire la produzione di alluminio, la mancanza di un mercato importante potrebbe provocare una riduzione dei prezzi che non aiuta sicuramente. Auspichiamo comunque un ripensamento di tale politica, magari grazie ad una forte azione dell’Ue. Da soli non andiamo da nessuna parte, per cui sicuramente sempre di più Europa».

Andrea Pinna, vicepresidente del consorzio Pecorino romano, una produzione che ha negli Usa una fetta enorme di mercato, il 50-60 per cento: «L’imposizione di dazi sarebbe una tegola terribile. Ne abbiamo parlato con Cheese import association, gli importatori Usa, che come noi sarebbero fortemente danneggiati, mentre i produttori d’oltre Atlantico sono chiaramente favorevoli. Occorre capire quanto realmente possa interessare a Trump porre dei dazi sull’agroalimentare (se ne accennò un anno e mezzo fa) e nella fattispecie su un mercato tutto sommato senza concorrenza in loco: laggiù si produce soprattutto latte vaccino, per il quale ci sono già dazi del 12%. Insomma, non c’è un mercato americano da proteggere». Una decisione in tal senso non sembra nell’aria, ma con questi chiari di luna c’è poco da fidarsi. «Certo sarebbe un brutto colpo – dice Pinna – il prodotto perderebbe il 12-15 per cento. E comunque siamo piccoli e non possiamo che osservare e sperare».

«Le esportazioni di pecorino romano sono cresciute del 31,2% nel 2017 – fa notare Battista Cualbu, presidente di Coldiretti Sardegna –, è la voce più importante tra i prodotti dell’agroalimentare isolano destinate al mercato Usa, che sono di gran lunga il principale mercato di riferimento per il nostro prodotto principe nell’esportazione. Per questo stiamo seguendo con particolare apprensione la guerra dei dazi che rischia di allargarsi e comprendere anche l’agroalimentare. Per noi sarebbe molto costoso. Il mercato Usa vale solo per il romano circa 100 milioni di euro, un valore in crescita visto che adesso il prezzo è raddoppiato». Allo stesso tempo però sottolinea che «i dazi e il pericolo che investe l’agroalimentare
non deve farci abbassare la guardia su quella che è una delle nostra battaglie principali che penalizza il nostro agroalimentare: il rispetto delle stesse regole sul piano ambientale, della tutela sociale dei lavoratori e della sicurezza dei cittadini».

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