L’INCHIESTA “CONFISCATIBENE SARDEGNA” 

Nell’isola 52 beni tolti alla malavita ma solo venti sono stati utilizzati

ALGHERO. In Sardegna ci sono 52 beni confiscati in via definitiva alle mafie e affidati ai Comuni. Si trovano nei territori di 16 Comuni sparsi in tutta l’isola. Dei beni immobili sottratti alla...

ALGHERO. In Sardegna ci sono 52 beni confiscati in via definitiva alle mafie e affidati ai Comuni. Si trovano nei territori di 16 Comuni sparsi in tutta l’isola. Dei beni immobili sottratti alla disponibilità della criminalità organizzata e restituiti alla comunità, solo venti, pari appena al 38 per cento, hanno trovato una nuova funzione sociale, culturale e, perché no, economico-occupazionale. Gli altri 32 beni confiscati, pari al 62 per cento, sono ancora inutilizzati.

Eccessivi costi di ristrutturazione, contenziosi bancari e beghe con i confinanti sono tra le cause principali del mancato riuso di un patrimonio dall’altissimo valore simbolico, ma che in alcuni casi rappresenta un “tesoretto” anche per le finalità sociali e culturali che potrebbe interpretare, offrendo sviluppo e occupazione alle comunità locali cui erano stati “sottratti” dalla malavita.

Sono i dati del primo monitoraggio mai svolto in Sardegna sui beni confiscati alle mafie in via definitiva. Una vera e propria inchiesta giornalistica, con i più evoluti strumenti del “data journalism”, portata avanti dagli allievi del corso di insegnamento di Comunicazione e partecipazione politica dell’Università di Sassari. Guidati dalla loro docente, la ricercatrice Laura Iannelli, nove studenti del corso di laurea specialistica in Scienze della comunicazione hanno lavorato per tre mesi alla realizzazione di un prodotto editoriale che punta i riflettori sulle dimensioni di un fenomeno, quello appunto dei beni confiscati, consentendo di sfatare attraverso i numeri il falso mito secondo cui la Sardegna è sempre stata aliena alla penetrazione della criminalità organizzata. Un modo per tenere alta la guardia e contribuire a evitare che la diffusione di fenomeni malavitosi possa ripetersi.

Gli autori del progetto, cui hanno fornito un contributo preziosissimo Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti cui si deve la legge 109 del 1996 sulla confisca e il riuso dei beni delle mafie, e Ondata, la principale agenzia di data journalism, con cui lavora tra gli altri il giornalista Andrea Nelson Mauro, co-tutor del progetto. Protagonisti dell’inchiesta “ConfiscatiBene Sardegna” sono stati gli studenti Elisa Mulas, project manager del progetto, e i suoi colleghi Claudia Casu, Sara D’Angelo, Laura Dettori, Valeria Dettori, Giorgio Fois, Maria Roberta Orrù, Mattia Serra e Stefano Sanna. Il frutto del loro lavoro è su http://sardegna.confiscatibene.it.

Grazie al percorso di studio teorico e applicazione sul campo è stato misurato il grado di attuazione nell’isola delle norme sulla trasparenza degli enti locali in tema di pubblicazione dei dati in formato aperto. I Comuni che oggi pubblicano i dati completi sul patrimonio affidatogli dall’Agenzia nazionale dei beni confiscati sono 11 su 16: all’inizio dell’inchiesta erano 3, Gergei, Olbia e Uta, cui ora si aggiungono Arzachena, Dolianova, Golfo Aranci, Iglesias, Quartu Sant’Elena, Sassari, Sinnai e Villasimius. I Comuni che avevano pubblicato documentazione incompleta erano sette, ora sono rimasti Alghero e Muravera. Dimezzati i Comuni che non hanno pubblicato i dati: erano sei, restano Dorgali, Loiri Porto San Paolo e Lula.

I ragazzi hanno studiato attraverso la stampa regionale la genesi di quel patrimonio immobiliare, hanno raccolto casi nazionali cui gli amministratori locali sardi possono ispirarsi, hanno fatto sopralluoghi, interviste, video e foto. Hanno scritto
sedici storie di riuso, confluite nella ricchissima mappa interattiva realizzata con Andrea Nelson Mauro. Alla vigilia della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, la loro lezione vale molto di più di voti e crediti formativi. (g.m.s.)

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