Il mare chiama Moby Dick, rinviati tutti gli esami sul capodoglio

Cabras, le ondate hanno trascinato la balena qualche metro verso gli scogli. Tre ipotesi per lo smaltimento della carcassa ma l’autopsia ha la priorità

SASSARI. Moby Dick è ritornata in mare. O perlomeno ci ha provato. La carcassa del capodoglio depositato da una mareggiata sulle coste del Sinis di Cabras, nella zona di Punta Maimoni, è stata spostata dalle onde che hanno ripreso vigore proprio ieri mattina, mentre i biologi cercavano un modo per effettuare gli esami che dovranno stabilire le cause della morte dell’animale. L’intervento di giovedì è stato interrotto da una seconda mareggiata che potrebbe complicare le operazioni previste prima che si possa pensare alla rimozione.



I sopralluoghi. Venerdì mattina a Punta Maimoni sono ritornati i biologi del Cnr e dell’Area marina del Sinis ma questa volta erano accompagnati dagli specialisti dell’istituto zooprofilattico dei Sassari, che dovranno occuparsi dell’autopsia del cetaceo. Ma la visita è stata quasi un passaggio a vuoto proprio a causa dello spostamento: «Purtroppo dovremo aspettare qualche giorno per entrare in azione – spiega Andrea Camedda, ricercatore del Cnr di Oristano – il moto ondoso è aumentato e ha spostato la carcassa. Adesso dovremo trovare il modo di allontanarla dalla scogliera per iniziare gli esami, perché prima di ipotizzare qualsiasi tipo di smaltimento è necessario comprendere i motivi che ne hanno causato il decesso. Per fortuna lo stato di decomposizione è moderato e possiamo attendere». Agire nell’area di Punta Maimoni non è certo un’operazione facile. Il piccolo promontorio in cui è stato spiaggiato l’animale, lungo dieci metri e del peso stimato di circa cinque tonnellate, è protetto da un fondale roccioso molto basso che rende improbabile ogni tipo di operazione condotta dal mare, anche se le condizioni fossero ottimali. Arrivare via terra nella zona di Punta Maimoni è altrettanto complicato perché è raggiunta da sentieri sterrati che si avvicinano alla scogliera a cui, in ogni caso, si può accedere solo a piedi.

Lo smaltimento. Per adesso non è la priorità ma presto arriverà il tempo di gestire un’operazione che si annuncia complicatissima: «I metodi possono essere diversi – spiega ancora Camedda –, l’animale si può interrare, ma in questo caso dovrebbe essere rimosso dal quel tratto di scogliera. Oppure può essere affondato, ma anche in questo caso l’operazione verrebbe complicata dal fondale basso e roccioso. Rimane la modalità di smaltimento utilizzata per la balena che si era spiaggiata a Platamona». Sezionare la carcassa potrebbe essere la soluzione più pratica ma la decisione spetterà al comune di Cabras, che si dovrà anche occupare di saldare il conto .

I precedenti. Il caso di Platamona è senz’altro il più recente e il rimpallo di competenze che ha bloccato la rimozione della balena è diventato un affare nazionale, una sorta di fotografia particolarmente a fuoco della burocrazia che può un intero Paese, rallentando fino a ingessare anche le operazioni più urgenti. Ma pochi chilometri più a nord di Cabras, nella spiaggia di Is Arenas in territorio di Narbolia, il 29 agosto del 2006 il mare aveva regalato la carcassa di un’altra balena, più grande di quella di Platamona. E anche in questo caso, la figura fatta dalle istituzioni non era stata delle migliori. Per smaltire l’esemplare, lungo 20 metri e pesante all’incirca 50 tonnellate, si era deciso di utilizzare la tecnica dell’affondamento. Dopo qualche tempo di “villeggiatura” trascorso in spiaggia, in piena stagione turistica, l’animale era stato trainato al largo e inabissato in un fondale di 60 metri al largo dell’isola di Mal di ventre, con l’impegno di ritornare sul luogo dell’affondamento qualche mese dopo per recuperare lo scheletro, che sarebbe dovuto essere esposto in un museo. Due mesi dopo, però, l’animale era scomparso e con lui tutte le speranze di recuperarne lo scheletro e di rientrare dai costi sostenuti per la rimozione.

Un danno e anche una beffa per tutti, anche per le balene che ormai dovrebbero aver capito che venire a morire in Sardegna può diventare un affare più complicato del previsto.
 

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