Baby gang della droga a Nuoro, sotto accusa le famiglie

Uno dei 17enni era già stato denunciato. Il gip: «I genitori non hanno vigilato»

NUORO. La polizia arresta il fratello per coltivazione illegale di marijuana, sequestra una piantagione di cannabis gestita a livello familiare, scopre il locale dello spaccio, nello scantinato di proprietà, in una palazzina popolare di Orgosolo, e lo denuncia per possesso di droga. E lui che fa? Anziché fermarsi, gettare la spugna delle attività illegali, e magari ritornare sui suoi passi e capire che è meglio prendere un’altra strada, alza persino il tiro. E approda alla cocaina, ai passamontagna e all’esplosivo, come ammette, sconfortato, lo stesso gip che nei giorni scorsi ne ha disposto l’arresto. Il vero leader della baby gang di Orgosolo impegnata da tempo nello spaccio di droga con annesse minacce ed estorsioni, è un giovane di 17 anni che non si è fermato davvero davanti a nulla. È lui, insieme a un compaesano maggiorenne finito sul registro degli indagati, che lo stesso gip del tribunale dei minori, Maria Stefania Palmas, individua come leader della baby gang della droga.

Il leader e le famiglie. E insieme all’attribuzione di questo ruolo di peso, il giudice per le indagini preliminari, nel disporre le misure cautelari nei confronti degli indagati, evidenzia il ruolo di quasi totale assenza educativa e di vigilanza, della famiglia, ma anche la «pericolosità degli indagati e la pervicacia con la quale si sono dedicati all’attività criminosa». Il caso del diciassettenne considerato il leader del gruppetto, da questo punto di vista, è tristemente illuminante. A testimoniare, come dice il gip, la pervicacia con la quale si è dedicato all’attività criminosa, c’è il fatto che questa attività «non si è interrotta neppure a seguito dei ripetuti interventi delle forze dell’ordine» nei mesi scorsi e comunque ben prima che si arrivasse al suo arresto.

Già denunciato. Nell’autunno dell’anno scorso il fratello di uno degli attuali indagati era stato arrestato, e insieme a lui era stato denunciato anche l’attuale indagato minorenne, sempre per reati in materia di stupefacenti. Ma non basta: in quella occasione, gli agenti della Mobile guidati dal dirigente Paolo Guiso erano riusciti a scoprire il luogo utilizzato come deposito della droga. «Una circostanza – dice il gip – che non ha comunque indotto l’indagato a desistere dall’attività di spaccio. Al contrario, l’indagato ha continuato a custodire le sostanze stupefacenti nell’ambito del medesimo stabile ove egli abita con i genitori». Ma i controlli da parte della polizia, insieme alla mancata vigilanza da parte dei genitori, evidentemente non hanno convinto né il presunto leader della gang, né gli altri due compagni di avventura, a fermarsi lì. L’indagato di 17 anni, infatti, come scrive il giudice per le indagini preliminari, «ha continuato imperterrito, individuando altri luoghi di custodia e addirittura sollevando il livello dell’attività attraverso lo spaccio di cocaina». Ma non basta: nella cantina che aveva scelto come nuovo luogo per lo spaccio, la squadra mobile della questura di Nuoro trova «anche una pistola scacciacani modificata e con parte del carrello abrasa e materiale esplosivo. La successiva perquisizione della cantina consentì di rinvenire anche un passamontagna nero. Indici ulteriori della propensione criminosa dell’indagato». Che ruolo abbiano avuto le famiglie dei tre minorenni, in tutto questo giro di spaccio, coltivazione di cannabis, minacce ed estorsioni, per il gip è presto detto: hanno brillato per assenza.

Genitori assenti. «Emerge – scrive il giudice – dall’attività di indagine finora svolta, che le rispettive famiglie non hanno saputo finora monitorare adeguatamente le condotte dei figli, lasciando loro ampi margini di azione senza alcuna vigilanza educativa. Ciò induce a ritenere che solo attraverso una misura fortemente limitativa possano fornirsi ai familiari,
finora carenti, adeguati strumenti di vigilanza». Nel caso del presunto leader, poi, il gip rileva «l’assoluta incapacità dei genitori, pure da tempo informati della propensione criminosa del figlio, di gestirne l’educazione e di regolarne le condotte persino nell’ambito domestico».

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