Sara, la progettista sarda nel mondo della Formula 1

L’ingegnere aerodinamico di Gonnosfanadiga disegna l’auto del team Renault Studi classici, poi la laurea a Cagliari e il dottorato all’Imperial College di Londra

SASSARI. Volere è potere. Lo sosteneva una teoria ottocentesca dello scrittore inglese Samuel Smiles formulata per stimolare i giovani sostenendo che la forza di volontà fosse in grado di superare qualsiasi ostacolo. La dimostrazione pratica dell’idea di Smiles è tutta nella storia di Sara Cabitza, ingegnere aerodinamico di Gonnosfanadiga, paese di 6mila abitanti nel Medio Campidano, che da bambina sognava di entrare nel mondo della Formula 1 e che da adulta progetta i componenti della Renault RS18, l’auto che Nico Hulkenberg e Carlos Sainz Jr portano in giro per il mondo sui circuiti del circus motoristico che fa battere il cuore di milioni di tifosi.

La passione. «Sin da bambina sognavo di entrare a far parte di questo ambiente – racconta la 36enne –. È una passione che ho ereditato da mio padre, anche lui ingegnere e grande tifoso della Formula 1. Da bambina spesso giocavo con lui e, oltre alle auto da gara, passavamo il tempo con il modellismo. Aerei, perlopiù, dunque posso dire che l’aerodinamica è entrata prestissimo nella mia vita». Sara ha fatto il liceo classico: «Mi aveva convinta mia madre. Voleva che facessi il medico ma io ho sempre cullato il sogno della Formula 1 e ho scelto un corso con molta più matematica». Poi il passaggio all’università: «Ho studiato a Cagliari nel corso di ingegneria meccanica, prima la laurea triennale, poi la specializzazione. Nel frattempo abbiamo costruito un’auto da gara – ricorda Sara – che ci ha dato tante soddisfazioni».



L’esordio. L’occasione era il progetto “Formula Ata”, ovvero realizzare una monoposto partendo da zero. Sara, ovviamente era il leader del team di laureandi e specializzandi che nel 2008 debuttò sul circuito di Fiorano e vinse la gara con le altre università. Un mattoncino del sogno, insomma, era andato al suo posto. E a questo punto valeva la pena di giocare il tutto per tutto. Dopo la laurea specialistica, Sara ha sfruttato il master and back per approdare all’Imperial College di Londra, praticamente La Mecca dell’aerodinamica mondiale. E mentre preparava gli esami, mandava curricula ai team di Formula 1: «Solo due, se devo essere sincera. Uno alla Force India e uno alla Red Bull. Sono stata fortunata», aggiunge Sara con un pizzico di modestia. Il primo colloquio è arrivato prima della conclusione degli studi: «Con la Force India. Erano interessati ma non mi sarei mai aspettata che poco dopo, proprio il giorno della discussione del mio dottorato di ricerca, mi richiamassero per offrirmi un lavoro».

Il lavoro. Il primo passo era fatto e la ragazza di Gonnosfanadiga era diventata, a tutti gli effetti, la componente di un team di Formula 1. Quello che sognava da bambina e per cui aveva studiato sin dai tempi dell’università di Cagliari. Però la realtà non combaciava con l’immaginazione: «Facevo l’ingegnere aerodinamico di pista – spiega Sara –. Sostanzialmente analizzavo dall’Inghilterra i dati che arrivavano in tempo reale dalle auto in gara in giro per il mondo e indicavo le anomalie al progettista di riferimento. All’inizio mi piaceva studiare la telemetria ma poi ho iniziato ad annoiarmi perché non avevo impatti diretti sulla macchina. Mi mancava la galleria del vento e la soddisfazione di dire: “guarda, quel pezzo l’ho progettato io”». L’avventura in Force India è durata due anni, con 6 mesi di sospensione necessari per evitare che un progettista in odore di trasferimento possa svelare segreti ai team concorrenti. Sara, infatti, era stata scelta dalla Renault come progettista e adesso lavora nel “Whiteways Technical Centre” di Enstone, un “bunker” a prova di intruso mimetizzato nelle campagne a nord di Oxford: «Della macchina del 2018 ho progettato la parte centrale, quella che sta attorno al pilota: i bordi e l’attacco al pavimento, fino all’attacco del naso della vettura. Sono molto soddisfatta anche se il mio lavoro è faticoso, può capitare di fare turni da 12 ore. Ma adesso sono io l’ingegnere di riferimento», conclude Sara che guardando la Renault RS 18 può finalmente dire: “Guarda, quel pezzo l’ho disegnato io”.

L’idolo. Da un appassionato di Formula 1 si aspetta una risposta quasi scontata: Senna, Schumacher, Hamilton. Ma Sara Cabitza non è una semplice fan: «Senna era il mito di quando ero piccola, ricordo il suo casco e i favolosi duelli con Prost. Poi c’è Schumacher e la sua cavalcata a bordo di una Ferrari che aveva contribuito a far rinascere. Ma il mio idolo è un altro: Adrian Newey». Una scelta singolare solo per chi non è cresciuto con le regole dell’aerodinamica diluite nel sangue. Newey, infatti, è una figura quasi mitologica del circus, un ingegnere aerodinamico che è stato in grado di trasformare in oro tutto quello che ha toccato o, meglio, progettato. Nel bottino del britannico ci sono tre titoli mondiali vinti con la Williams, due con la Mercedes ma soprattutto il capolavoro consumato con la Red Bull, una scuderia esordiente che, seguendo le dritte del guru dell’aerodinamica, è diventato il team da battere mettendo in fila 4 titoli del mondo tra il 2010 e il 2013. Ma nella Formula 1 non sono tutte rose e fiori. Sara Cabitza ha un cruccio: «Purtroppo le donne sono poche. Spero possano aumentare». E chissà che la sua storia possa diventare un esempio. Perché, in fondo, volere è potere.
 

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