Amianto killer, la vedova: «Una battaglia di 9 anni per mio marito e i suoi colleghi»

Le testimonianze raccolte a Ottana durante il convegno dell'associazione esposti all'amianto (Aiea)

OTTANA. La pasionaria dell'Aiea è lei, Antonella Pirisi, 58 anni, di Gavoi, vedova di Adriano Angius, morto nel 2005, a 54 anni, per carcinoma polmonare. Per oltre trent'anni ha lavorato nella fabbrica chimica di Ottana, prima nel reparto poliestere, in filatura fiocco, e poi al Minitow, una fabbrica che produceva filtri per pennarelli. Nel Duemila i primi sintomi della malattia. Poi il lento declino. Doloroso. Fino alla fine.

Adriano Angius, padre di due figli, se n'è andato a 54 anni nel più totale silenzio. Ma la moglie non ha mollato. La correlazione della malattia del marito con l'amianto era evidente. Così ha deciso di andare fino in fondo, rivolgendosi alla magistratura.

«Prima di andare per le vie legali – racconta – mi sono rivolta all'Inail per il riconoscimento della malattia professionale, ma mi sono scontrata contro un muro di gomma. Mi risposero che l'amianto non c'entrava nulla che era tutta colpa del fumo delle sigarette. Così ho deciso di rivalermi. Lo dovevo a mio marito e ai suoi compagni di lavoro».

Antonella Pirisi
Antonella Pirisi

Il tribunale le ha dato ragione: Antonella Pirisi ha vinto in primo e in secondo grado. Non c'è stato un processo in cassazione perché l'Inail non ha appellato. «Sono stata risarcita – fa sapere la vedova Angius – ma per ottenere questo risultato ho dovuto rivolgermi alla magistratura». Già, il punto, come è stato detto ieri all'assemblea dell'Aiea, è proprio questo: per ottenere il riconoscimento della malattia professionale e dei diritti riconosciuti agli esposti all'amianto in tutti i siti chimici d'Italia, in Sardegna, bisogna fare causa all'Inail, sobbarcandosi spese legali e, soprattutto, aspettando anni di udienze.

«Ho avuto giustizia dopo nove anni di battaglie – dice Antonella Pirisi – ma non mi sono mai tirata indietro perché la mia era una battaglia di giustizia e civiltà». Concetti che è andata a ribadire lo scorso anno a Roma, all'allora presidente della Camera, Laura Boldrini, che ricevette a Montecitorio le vedove dei morti per l'amianto di Ottana.

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Una strage silenziosa, che continua. Non esiste un dato ufficiale. Ma secondo l'Aiea, che segna il registro dei decessi, gli ex lavoratori di Ottana morti per asbestosi, la terribile malattia correlata all'amianto, sono almeno 130. Un dato destinato a salire perché il picco, stando ai tempi di incubazione delle malattie tumorali correlate alla fibra killer, verrà raggiunto nel 2020. «Per questo – dice Francesco Tolu, 67 anni, ex lavoratore dell'Enichem – appare grave il fatto che non sia avvertita l'esigenza etica, prima ancora che scientifica, di condurre una sorveglianza preventiva e uno studio epidemiologico sulle migliaia di lavoratori che hanno operato nei siti industriali della nostra isola e, in particolare, a Ottana. È incomprensibile come per lo Spresal, il servizio di prevenzione e sicurezza dell'Asl, i lavoratori visitati degli ultimi due anni godessero tutti di ottima salute, mentre gli stessi lavoratori, con esami più approfonditi fatti in altri centri, presentavano segni inequivocabili di asbestosi».

A raccontare questo paradosso è anche un ex operaio di 67 anni, una vita al poliestere, reparto killer dell'ex Enichem, dove con l'amianto si conviveva ogni giorno. «Niente nomi per carità. Sono ancora sotto visite. Per avere una diagnosi sono dovuto andare al policlinico di Siena, dove mi è stata riconosciuta l'asbestosi. Qualche mese fa, invece, sono stato visitato all’Inail di Nuoro, ma la diagnosi è stata una semplice macchia al polmone ininfluente per la malattia professionale». La strada per il riconoscimento dei diritti degli ex esposti all'amianto di Ottana è ancora lunga. Una strada, però, sinora costellata di morti.

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