La legge sul biotestamento c'è, ora bisogna migliorarla

A Olbia dibattito con l’ex ministro della Giustizia Flick e la vedova Coscioni. Il ruolo del medico e le cure palliative: sollecitate integrazioni nella norma 

OLBIA. Il “fine vita” tra legislazione, dignità e amore. Perché «se la malattia si cura con aghi e fili, il malato si cura con amore, vicinanza e rispetto della sua dignità. Per la Sla non possiamo fare nulla sul piano terapeutico, ma possiamo fare tanto per prenderci cura del malato». Lo ha rimarcato davanti a una sala affollata e attenta, composta non solo da avvocati (presenti anche numerosi studenti), Mario Sabatelli, neurologo al Policlinico Gemelli di Roma e presidente della Commissione medica scientifica Aisla Onlus, che da trent’anni vive quotidianamente il dramma di una delle peggiori malattie.

Testamento biologico e cure palliative sono state al centro del convegno “Liberi di vivere e morire con dignità”, un’importante occasione di formazione, informazione e riflessione voluta dal consiglio dell’Ordine degli avvocati di Tempio Pausania. Un evento dedicato a Patrizia Cocco, la giovane nuorese scomparsa lo scorso 3 febbraio dopo aver deciso liberamente l’interruzione delle cure che la mantenevano in vita, chiedendo che venisse staccata la ventilazione assistita e fosse accompagnata alla fine con la sedazione profonda. Tra il pubblico, il fratello di Patrizia, Pasquale, e i due cugini, gli avvocati Sebastian Cocco e Alessandra Podda. È stata lei a volere fortemente questo convegno, sentendo l’urgente necessità di un’informazione corretta sulle problematiche della cosiddetta “vita dolente”. Relatori di spicco, a cominciare dal presidente emerito della Corte Costituzionale, già ministro di Giustizia Giovanni Maria Flick, hanno esaminato le recenti disposizioni introdotte dalla legge numero 219/ 2017 (entrata in vigore il 31 gennaio 2018), la cosiddetta “legge sul testamento biologico” e la legge numero 38 sulle cure palliative risalente al 2010.

La legge 219 disciplina le modalità di espressione e di revoca del consenso al trattamento medico. Riguarda sia le decisioni che la persona cosciente e capace di intendere e volere può prendere in piena libertà (come nel caso di Patrizia), sia le decisioni sui trattamenti futuri, quando la persona potrebbe non trovarsi più nelle condizioni di manifestare il proprio dissenso o consenso al trattamento. La nuova disciplina viene comunemente chiamata legge sul testamento biologico. «La legge è arrivata dopo un lungo dibattito e deve essere considerata come punto di partenza e non di arrivo: enuncia dei principi e deve essere riempita di contenuti», ha spiegato la presidente dell’Ordine degli avvocati di Tempio, Paola Gosamo, aprendo il convegno, ospitato al “Costa Smeralda”. I vari profili di criticità sono stati analizzati da Priamo Siotto, del Consiglio nazionale forense.

«Sono convinto che tutti gli spazi di discrezionalità verranno riempiti dalla giurisprudenza. Siamo di fronte a soluzioni nuove», ha rimarcato Flick. La legge 219 impone al medico di rispettare la volontà del paziente di rifiutare il trattamento o rinunciare allo stesso e perciò il medico è esente da responsabilità civile e penale. Così come impone al medico di adoperarsi per alleviare le sofferenze, assicurando la terapia del dolore ed erogando le cure palliative.

Su questo fronte, ha incentrato il suo intervento Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto Luca Coscioni. «Dobbiamo far conoscere tutte le possibilità percorribili nel nostro Paese per alleviare le condizioni di sofferenza. L’agonia dell’attesa della morte può essere annullata anche in Italia», ha detto.

Nonostante la legge 219/2017 riconosca il diritto all’autodeterminazione, rimangono ancora diverse zone nebulose di confine. Nel caso del Dj Fabo – e questo è stato uno dei vari aspetti trattati dall’avvocato Francesco Lai, componente della giunta dell’Unione camere penali italiane – è emerso un nuovo apparente contrasto tra Costituzione e leggi dello Stato. La Corte Costituzionale, come nel caso Englaro, è di nuovo chiamata a pronunciarsi sul diritto del malato all’autodeterminazione ed in particolare a verificare se il reato di “istigazione

e aiuto al suicidio”, punito con una pena da 5 a 12 anni di carcere, nel caso del mero aiuto materiale al suicidio - per l’aiuto fornito da Marco Cappato a Fabiano Antoniani ad ottenere assistenza alla morte volontaria in Svizzera - sia o meno conforme alla Costituzione.
 

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