Graziano Mesina: «Trattavo bene i miei ostaggi e dopo venivano a trovarmi»

L’ex bandito in videoconferenza da Badu ’e Carros racconta la sua vita dopo il 2004. «Attività legali, interviste a pagamento e l’amore per una donna incontrata a Nurri»

CAGLIARI. «Io il capo di un’associazione a delinquere? Quello che ho fatto me lo sono sempre addossato, ma in questo processo è stato fatto un minestrone. Quale associazione? Dove? Con chi? Sono uscito dal carcere nel 2004 e la vita me la guadagnavo con le interviste a pagamento, trattavo affari immobiliari e altre cose lecite. Un capo lo ero forse negli anni Sessanta, quando ordinavo di non fare del male agli ostaggi... se io dicevo di non farli rientrare quelli non rientravano. Ma i sequestrati li ho sempre trattati bene e dopo venivano a trovarmi. Stavolta no, non ho commesso alcun reato. Ho 76 anni, con quei trent’anni il tribunale mi ha condannato a morte»: in videoconferenza dal carcere di Badu e’ Carros all’aula dov’è riunita la Corte d’Appello presieduta da Giovanni Lavena che lo giudica in secondo grado, la voce di Graziano Mesina arriva ancora più roca.

Al suo fianco l’avvocata Beatrice Goddi, l’ergastolano di Orgosolo ci riprova con le dichiarazioni spontanee - non si è mai fatto interrogare - cerca di smontare capi d’imputazione pesantissimi dove la sua figura di ex bandito carismatico si trasfigura in quella di un trafficante di droga dalle maniere spicce, pronto a minacciare e a organizzare anche reati da piccolo malavitoso comune: «Se c’è una telefonata in cui parlo di vitelle i giudici dicono che parlavo di carichi di droga, se dico cagnolino non è un cagnolino ma droga. Invece le vitelle c’erano, vitelle limousine, sono andato a Milano a trattarle e dopo non le ho prese perché l’allevatore non le aveva. Il cagnolino era un pastore fonnese, l’abbiamo consegnato davvero a Musina». Nella foga di difendersi Mesina perde il filo, s’inceppa, salta da un fatto all’altro, sembra dimenticare passaggi importanti: «Mi sono occupato di edilizia, una volta ho risolto un problema a Capo Ceraso per la figlia di Berlusconi... c’era un pastore che non voleva essere sfrattato. Ero sempre in giro da una parte all’altra ma nulla di illegale, se qualcosa di illegale c’è, che lo provino». I continui spostamenti hanno anche una ragione sentimentale: «Ho conosciuto una ragazza e me ne sono innamorato, quando andavo dai fratelli Pinna (di Nurri, giudicati in abbreviato, ndr) era per lei». Smentita anche la fratellanza criminale con Gigino Milia, considerato il boss della droga nell’area cagliaritana: «Quando ci hanno arrestato non ci vedevamo da tre anni, mi parlava di affari ma raccontava balle. Associazione con lui? Ma dove?». Dopo Mesina ha parlato Maria Luisa Vernier, che lo difende con la collega Goddi.

L’avvocata ha esaminato punto per punto le imputazioni, con una rilettura del tutto alternativa dei fatti: «Il foraggio e il fieno di cui si parla nelle telefonate intercettate non erano droga, erano foraggio e fieno perché Mesina lavorava in quel settore, faceva l’intermediario per la compravendita di bestiame, attività immobiliari» ha spiegato la legale. Negato con decisione anche il sodalizio con Milia: «Parlavano con le loro utenze personali, non avevano schede telefoniche dedicate». Per l’avvocata Vernier l’ex bandito di Orgosolo «non ha mai fatto parte di alcuna associazione a delinquere, come promotore o finanziatore. Quindi dev’essere assolto da ogni accusa».

L’avvocata Goddi parlerà il 30 aprile, alla prossima udienza. Mentre Luca Cianferoni, difensore storico di Totò Riina che in questo processo tutela Corrado Altea - condannato in primo grado a 16 anni come avvocato complice della banda Mesina - ha concluso ieri mattina la sua arringa chiedendo l’assoluzione dell’imputato dall’accusa di associazione a delinquere: «Altea ha commesso certamente errori - ha detto ai giudici – era un uomo in difficoltà, prostrato dai debiti, uno sventurato, ma a leggere gli atti non c’è traccia di una sua partecipazione all’associazione. È colpevole di favoreggiamento, questo lo sappiamo, ma la vicenda cagliaritana cui ha partecipato non ha le stimmate dell’associazione». Cianferoni ha ribadito la richiesta di rinnovazione

dell’istruttoria dibattimentale sulla quale, dopo averla respinta in apertura dell’appello, il presidente Lavena si è riservato. Il 30 aprile parlerà anche l’avvocata Teresa Camoglio per Vinicio Fois (condannato a 3 anni), Efisio Mura (3 anni e 4 mesi) e Luigi Atzori (2 anni).
 

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