Crac l’Unità, Soru indagato: accuse false, lo dimostrerò

Contestata la bancarotta all’europarlamentare Pd ex proprietario del giornale  «Ho investito tanti soldi e non ho mai agito per convenienza personale»

SASSARI. L’avviso di chiusura indagini è arrivato venerdì sera, quasi un anno dopo rispetto all’assoluzione da un’altra accusa pesante: evasione fiscale. Renato Soru, europarlamentare Pd e patron di Tiscali è accusato insieme ad altre 11 persone di bancarotta aggravata dalla Procura di Roma per il crack della società editrice del quotidiano l’Unità, giornale che Soru rilevò nel 2008. «Non sapevo nulla di questa indagine – dice l’ex governatore regionale raggiunto al telefono mentre si trova all’estero – ma so invece che non sono mai stato amministratore della società e non sono più azionista di maggioranza dal 2010, quindi credo che avendo fatto una lista di persone sottoposte a indagine ci sia finito anche io. Ma ritengo di non avere nulla di cui dovermi preoccupare. Sono accusato di avere trasferito dei fondi normalmente uno viene accusato se i fondi li prende, li distrae o ne fa un uso sbagliato. Io invece ho ricapitalizzato una società». Poi Soru ricorda l’inizio della sua avventura imprenditoriale all’Unità: «Ho investito tanti soldi per dare una mano a salvare il giornale in stretta condivisione con il Partito Democratico: ho fatto in modo di non farlo chiudere nel 2008, fino al 2010 l’ho sostenuto abbondantemente, poi sono arrivati altri azionisti con grandi possibilità finanziarie. Le indagini giustamente si fanno e chiarirò la mia posizione: sono certo che anche questa vicenda finirà come le altre, in una bolla di sapone».

Nel tardo pomeriggio, attraverso un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, Renato Soru riepiloga i fatti: «Ho venduto alla società Nie che gestiva il giornale il 35% circa della società proprietaria della testata (Nsef), per 3 milioni di euro, secondo una perizia fatta da un noto esperto della università Bocconi. L’accusa sostiene che non ci fosse una motivazione economica poiché Nie aveva già il 65% della testata e quindi sarebbe stato inutile arrivare al 100 . Quindi l’operazione sarebbe stata realizzata, secondo l’accusa, per mia convenienza personale, e cioè costituirmi un credito da parte di Nie, di tre milioni di euro in mio favore. In realtà – dice Soru – non sarà difficile notare che io ho ceduto gratuitamente quella partecipazione, senza incassare niente e rinunciando al credito». Questa la spiegazione dell’operazione: «Portare in capo a Nie il 100% della testata, rafforzando il patrimonio della società, oltre a poter procedere alla fusione tra società operativa e società proprietaria della testata al fine di semplificare la gestione e risparmiare costi inutili». La seconda accusa è legata al fatto che la società che nel 2014 ha chiesto al Tribunale di Roma la possibilità di procedere al concordato «non sarebbe stata gestita in modo ottimale non avendo provveduto a sufficienza a taglio dei costi. Di questo – dice Soru – sarebbero responsabili gli amministratori, ma anche io con loro poiché sarebbero stati “istigati” da me in qualità di azionista di
controllo. In realtà – ribadisce – io non sono mai stato nel Cda e non ho mai svolto alcun ruolo. All’epoca dei fatti contestati la mia partecipazione era scesa sotto il 5 %. E pertanto, non avevo alcuna possibilità di poter incidere nelle decisioni di gestione della società».



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