l’incontro ad alghero 

I produttori pronti a fare sistema per vendere il vino anche all’estero

ALGHERO. Un vino che sappia di territorio. Qualcuno che lo sappia raccontare. Qualcuno che lo sappia usare per raccontare il territorio. Il vino sardo punta all’estero e lancia una sfida enorme:...

ALGHERO. Un vino che sappia di territorio. Qualcuno che lo sappia raccontare. Qualcuno che lo sappia usare per raccontare il territorio.

Il vino sardo punta all’estero e lancia una sfida enorme: promuovere la Sardegna e orientare nuovi flussi turistici attraverso il prodotto. È la nuova alleanza tra produttori, addetti ai lavori, esperti di export e operatori turistici: creare eccellenza e dirlo al mondo. Come il cane che si morde la coda, e la possibilità di spezzare la catena per cui si rischia di girare su sé stessi è una sola: fare sistema, imparando da chi l’ha già fatto. Ci stanno provando le cantine sarde e gli operatori che hanno risposto alla chiamata di Federica Capobianco di Affinità Elettive, Manuela Popolizio, pr del vino italiano, e Luca Giavi, direttore del Consorzio di Tutela della Doc Prosecco, ideatori del workshop “Tradizione, Cultura, Identità: il vino oltre confine”, in scena tra ieri e oggi all’hotel Punta Negra di Alghero. Accompagnati da Stevie Kim, managing director di Vinitaly International, e dai tutor coordinati dal giornalista Pasquale Porcu, le cantine “imparano” da una realtà rodata come il Consorzio di tutela della Doc Prosecco, co-organizzatore dell’evento con “Repubblica Sapori”, rappresentata ad Alghero da Manuela Zennaro e Francesco Bruno Fadda.

«Il vino sardo deve imparare a comunicare – spiega Federica Capobianco – deve individuare i modi più impattanti per sfidare il mercato internazionale». Come avviene nella terra del Prosecco. «Raccontiamo un territorio da visitare utilizzando come veicolo il nostro prodotto, una denominazione di origine che trae valore dal legame col territorio e lo restituisce attraverso un export pari al 75 per cento di 440milioni di bottiglie», racconta Luca Giavi.

«In America il vino italiano è il numero uno, in Cina è sconosciuto», dice Stevie Kim. Puntare a Oriente può essere l’occasione per imparare daccapo. «Prima bisogna raccontare il made in italy, poi il vino italiano, poi quello sardo – rivela – utilizzando chiavi d’accesso come design, fashion, cucina e life style». Il vino da solo è debole, ma non mancano le potenzialità. «L’affermazione della vernaccia di Oristano di Silvio Carta a Vinitaly o la presidenza del Gran Cru per Valentina Argiolas sono l’esempio di cosa può fare il vino sardo», conferma. «Difficilmente l’esportazione del vino sardo può prescindere dalla relazione con la terra e dal recupero dell’autoctono, linee portanti di un rafforzamento in Italia e all’estero», sostiene Gianbattista Marchetto di “food24” e “pambianconews”. La soluzione sta nel «lavoro sulla qualità – chiosa – che consente di interagire con interlocutori qualificati». Sul concetto di qualità è bene chiarirsi. «La tecnologia ha preso il sopravvento, oggi il vino è dell’enologo, facciamo vini molto buoni, ma bisogna fare vini buoni e legati al territorio», è la sfida quotidiana di Tonino Arcadu, titolare della cantina Gostolai. «Bisogna valorizzare il vino come frutto del territorio e della sua identità – aggiunge – l’uva non va plasmata per fare altro». Una volta chiariti, forse si potrà davvero fare sistema. «È fondamentale, tutti lo dicono ma nessuno fa il primo passo, e all’estero, quando ci si presenta da soli, si suscita stupore», dice Massimo Ruggero di Siddura. «Serve qualcuno che riunisca tutti attorno a un tavolo – conclude – e credo che questo possa farlo l’assessore regionale.
Noi ci siamo». La ricetta è pronta, gli ingredienti sono stati selezionati e adesso serve solo qualcuno che la cucini e la presenti sulle tavole di tutto il mondo. Perché il vino sardo ha la qualità per sfondare ma per farlo è necessario scommettere sul gioco di squadra e sul sistema.

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