Dalla parte della verità, le lezioni di giornalismo di un cronista di razza

Le prime prove da giovanissimo come cronista sportivo La collaborazione con La Nuova, rapporto diretto coi lettori 

Nell’aprile del 2107 il Comune di Pozzomaggiore conferì a Manlio Brigaglia la cittadinanza onoraria. Di fronte a tutto il paese – una della tante comunità della Sardegna che lo chiamavano non per sentirlo parlare ma per parlare con lui – il vecchio professore raccontò che a insegnare aveva cominciato, appena ventenne, proprio lì, a Pozzomaggiore, al liceo scientifico “Antonio Segni” e che per un campionato intero aveva giocato nella squadra locale di calcio, come portiere. Era cominciata così una passione per lo sport, e per il football in particolare, che poi diventò pratica giornalistica professionale sulla pagine dell’Informatore del lunedì.

Brigaglia ha scritto per il giornali quanto nessun altro intellettuale sardo. Prima sull’Unione sarda e poi, dalla seconda metà degli anni Novanta sulla Nuova Sardegna. Una scelta coerente rispetto alla sua visione della cultura, che rifuggiva come la peste ogni forma di chiusura accademica e legava il sapere ai problemi quotidiani delle persone. Sulla Nuova ha collaborato con le pagine di Cultura e ha tenuto sino all’altro ieri due rubriche seguitissime: “Memorie sassaresi” nella Cronaca e le risposte ai lettori nello spazio delle Opinioni.

Da professore – per oltre vent’anni al liceo Azuni e poi all’Università – insegnava che per chi fa ricerca, ma più ancora per chi impara a farla, ovvero gli studenti, la domanda capitale che ogni fatto analizzato pone è: “Perché?”. Mai fermarsi alla semplice descrizione. Andare a fondo, invece, capire le cause dietro ogni effetto. Nessuna attività intellettuale – insegnava Brigaglia – ha valore se non è pensiero critico, la sola forma di pensiero che non lascia disarmati di fronte alla realtà, la sola forma di pensiero che la realtà non solo la registra ma la trasforma. E ha sempre insegnato, Brigaglia, che la stessa regola vale per il giornalismo. In tutte le scuole per aspiranti cronisti la regola è che un buon pezzo deve rispondere a cinque domande: “Chi?”, “Che cosa?”, “Dove?”, “Quando?” e “Perché?”. La quinta è la domanda decisiva: “Perché?”. È quella che fa la differenza tra un libro utile e un libro inutile. È quella che fa la differenza tra grande giornalismo e giornalismo così così, di qualunque cosa ci si occupi, senza alcuna differenza tra “basso” e “alto”. Ai giovani redattori che nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso si erano raccolti intorno a Brigaglia nella redazione del settimanale Il Lunedì – nato per rompere il monopolio della Sir di Nino Rovelli sull’informazione sarda – il professore-direttore diceva che i suoi giornalisti preferiti erano quelli che sapevano «prendere l’ascensore», cioè quelli che sapevano passare dai temi “bassi” a quelli “alti”, con la stessa accuratezza ma anche con lo stesso rigore intellettuale.

Ricordo Brigaglia direttore del Lunedì bersagliato sulla scalinata dell’Azuni da una pioggia di monetine tirategli addosso dai militanti di un gruppo neo fascista. Lo accusavano di essersi venduto – con quel foglio che rispondeva a tanti “Perché?” scomodi – al nemico (non c’è bisogno di dire chi fosse il nemico per il Fronte della gioventù). Ricordo le decine di studenti dell’Azuni – di tutti gli orientamenti politici, dai cattolici
agli extraparlamentari di sinistra, che in quella circostanza si strinsero intorno a Brigaglia per proteggerlo da un’aggressione vile: come un abbraccio a difesa di una persona giusta. Con lo stesso abbraccio forte ci stringiamo oggi al nostro professore. Al nostro maestro.



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