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Uccise la vicina per il pappagallo molesto: disposta perizia

Via al processo, la Corte d’Assise vuole accertare se l’assassino di Capoterra sia sano di mente

CAGLIARI. Quali sono le condizioni psichiche di Ignazio Frailis, che il 2 maggio dell’anno scorso ha ucciso con undici coltellate la vicina di casa perché il suo pappagallo lo insultava? Imputato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, lesioni personali e porto illegale di coltello, le condizioni di salute del quarantasettenne di Capoterra saranno valutate dai consulenti nominati dalla Corte d’Assise, Giampaolo Pintor e Irene Mascia, come richiesto fin dall’udienza preliminare dai difensori Fabio Pili e Gigi Porcella. I due psichiatri lavoreranno insieme a Giuseppe Serri, il collega nominato dalla difesa, e dovranno dare il proprio responso ai giudici Giovanni Massidda (presidente) e Giorgio Altieri entro quaranta giorni, prima che il dibattimento riprenda, il 2 luglio. L’esito della perizia determinerà le decisioni successive.

Quanto accaduto in quel giorno di primavera a Capoterra è agli atti del procedimento: conosciuto come persona mite, nessun precedente penale, Frailis amava gli animali e viveva tranquillo. Un solo problema: i rapporti tesi con la vicina di casa Maria Bonaria Contu (60 anni). Legati a quel pappagallo che - a suo dire - ad ogni passaggio davanti alla finestra gli rivolgeva pesanti insulti. Finché, secondo il pm Paolo De Angelis, accade l’imprevedibile: Frailis e la Contu s’incontrano al parco di Santa Lucia attorno alle 15, lui sfodera un coltello a serramanico lungo otto centimetri e con quello colpisce la donna undici volte al torace mentre un’altra donna, Anna Marongiu, cerca di fermarlo e finisce anche lei ferita leggermente alle braccia. La vicina di casa muore all’istante, per i carabinieri di Capoterra non è difficile arrestare Frailis, sconvolto per quanto aveva fatto.

Ieri il pm d’udienza Daniele Caria e i difensori hanno esaminato i familiari della vittima, che hanno riferito sui rapporti tra Frailis e la Contu: stando al loro racconto l’imputato avrebbe protestato due volte, via citofono, per il pappagallo - che nel frattempo è morto - ma non è apparso chiaro se le sue proteste fossero riferite alle parole che il volatile pronunciava o al rumore che provocava: «Ci siamo rivolti in due occasioni ai carabinieri e abbiamo chiesto allo zio che viveva con l'imputato di farlo smettere con le sue continue aggressioni verbali - ha raccontato il marito della donna uccisa - ma mia moglie non aveva paura». Comunque sia fra la donna e Frailis - è stato detto in aula - non c’erano mai stati chiarimenti diretti. Ma il punto centrale del processo - a parte le condizioni mentali dell’imputato - è l’incontro del 2 maggio: Frailis aveva un coltello in tasca, ma c’è la prova che si trovasse al parco per aggredire e uccidere la Contu? Oppure era là, come spesso accadeva, per sfamare i gatti della colonia? Non è un dettaglio secondario, c’è in gioco l’aggravante della premeditazione che potrebbe far scattare l’ergastolo. Pena improponibile se i difensori riuscissero a dimostrare che l’imputato soffriva di una sorta di ossessione legata al pappagallo, un’ossessione malata e indipendente dalla realtà, che lo faceva vivere in uno stato di costante tensione. Così che alla fine le versioni della vicenda sono due: un delitto covato, preparato ed eseguito con metodo criminale. Oppure un’esplosione d’ira, che diventa aggressione, trascinata da uno stato psichico fortemente alterato.