Il Pds oltre destra e sinistra «Convergenza tra i sardi»

Maninchedda: porte aperte a tutti, fatta eccezione per fascisti e xenofobi I consiglieri Desini e Manca critici verso la maggioranza: la gente è delusa

TRAMATZA. Il conto spiccio l’ha fatto Franciscu Sedda, presidente del Partito dei sardi: «Se leggiamo i risultati delle Politiche di marzo, la partita del 2019, le Regionali, è chiusa. Vincono sempre gli altri, la Sardegna mai». Per sfuggire a un futuro elettorale che qualcuno dà addirittura scolpito con mesi e mesi d’anticipo, c’è solo una strada. L’ha tracciata, come fa da tempo, il segretario del Pds Paolo Maninchedda, stavolta ripetendola davanti a un’affollata, partecipata e aperta direzione del Partito. «Esiste – ha detto – solo la convergenza fra i sardi. D’ora in poi, dobbiamo essere capaci di affrontare insieme i nostri problemi. Sono tutti quelli che, in questi anni di alternanza fra centrodestra e centrosinistra, soprattutto a Roma, nessuno ha saputo e voluto risolvere». Mai più divisi, è lo slogan politico, ma non ancora elettorale, rilanciato dal Pds, dopo averlo battezzato ad aprile, nell’assemblea popolare di Ottana. «Siamo degli eretici – ha proseguito Maninchedda – perché abbiamo messo in discussione e lo faremo fino all’ultimo le vecchie chiese ideologiche. Abbiamo scatenato un dibattito a sinistra sul futuro della Nazione sarda, lo vogliamo scatenare anche su altri fronti. La rivoluzione pacifica contro lo Stato italiano è cominciata, vedremo chi saranno i nostri prossimi compagni di viaggio». In questo cammino, non semplice, il Pds ha annunciato che a ottobre chiamerà a raccolta i sardi, per «raggiungere il massimo dell’unità verso quel traguardo che noi chiamiamo indipendentismo di governo o di riconciliazione con la nostra terra». Da realizzare con chi? Non ci sono porte sbattute in faccia a nessuno, esclusi fascisti e xenofobi, ma «facciamo attenzione – ha sottolineato – a non farci tirare, in questi mesi, dentro liti e alchimie altrui. Noi parliamo solo di Sardegna, il resto non c’interessa. Dobbiamo essere invece forti e cocciuti nel far dialogare i sardi fra loro non dei problemi, li conosciamo fin troppo bene, ma delle soluzioni». Però, l’hanno gridato gli elettori nei seggi, oggi bisogna fare i conti con lo strapotere dei Cinque stelle e l’avanzata della Lega. «È vero – ha aggiunto il segretario – Detto che non ho pregiudizi verso il governo gialloverde che sta per nascere, lo aspetto comunque alla prova dei fatti, ma segnalo che nel loro contratto non c’è un accenno alla Sardegna, aggiungo altro. Questo: dobbiamo convogliare l’enorme protesta antisistema che c’è in una grande forza sociale dei sardi per la Sardegna». Costruttori di ponti, dirà, non distruttori, per questo «il Pds continuerà a parlare con tutti fino a quando non raggiungerà l’obiettivo: far nascere un movimento capace di far davvero pressione su Roma e su Bruxelles». Certo, nella direzione, s’è parlato molto di alleanze future, ma anche di quelle in corso. I consiglieri regionali Roberto Desini e Piermario Manca non hanno nascosto l’imbarazzo «nello stare ancora in una maggioranza di centrosinistra che ha deluso i sardi». Prima il capogruppo Gianfranco Congiu, «nessuno pensi di metterci il bavaglio» e poi Maninchedda, nella replica, sono stati chiari: «Siamo alleati, non complici. Continueremo a denunciare quello che non va in agricoltura, nella sanità, nelle politiche per il lavoro e contro la desertificazione sociale. Continueremo a essere la goccia che spacca il granito e sarà proprio questa nostra caparbietà a far la differenza, a rimettere in linea quello che oggi non va». Nella direzione non s’è parlato invece di candidature e tanto meno di chi potrebbe essere il leader della prossima «convergenza nazionale». Azzardare che il Pds ha un nome in mente, quello di Maninchedda, non è peccato. Bisognerà vedere come la penseranno da dopo l’estate in poi
sul programma indipendentista e anche sul nome i futuri ma per ora ancora indefiniti alleati. Che però, lo sappiano fin da ora, potrebbero essere chiamati dal Pds a sottoscrivere un «Contratto per il bene della Sardegna». Perché ormai se non c’è un contratto, non c’è politica. (ua)

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