Il Pd non è più capace di far sognare il popolo della sinistra

Disoccupazione e spopolamento: i due problemi irrisolti E così sono crollate le zone rosse del Sulcis e del Nuorese

SASSARI. Cento cose fatte e cento da fare. Alle ultime politiche il Pd si è presentato con un programma ricco, minuzioso, dettagliato. «Un programma credibile», sottolineava la comunicazione ufficiale dem, mettendolo a confronto con le «promesse irrealizzabili» di 5 stelle e Lega. Il popolo però si è lasciato incantare da quell’altro tipo di proposta. Gli elettori forse sono anche consapevoli che il reddito di cittadinanza e la flat tax rischiano di rimanere sulla carta, ma hanno preferito scegliere l’azzardo, o forse il sogno, a un qualcosa di già visto e provato ma senza effetti reali sulle tasche. Perché alla fine è quello che conta. Il cittadino vuole arrivare a fine mese, e nell’urna sceglie chi gli promette che potrà stare meglio. A decidere l’exploit di Renzi alle Europee sono stati gli 80 euro in più in busta paga. Questa volta il Pd non è stato in grado di scaldare il cuore degli elettori. Soprattutto dei suoi, quelli che da sempre votavano a sinistra. I dati elettorali del 4 marzo sono impietosi. In Sardegna i dem si sono fermati sotto la soglia del 15 per cento. Con percentuali ancora più basse nel Nuorese. Un disastro annunciato, se si pensa che in campagna elettorale nell’isola non si è visto neanche un big del partito. Né Renzi né nessun altro.

Eppure fino a qualche settimana prima era un via vai di ministri. Minniti, Delrio, Franceschini, Poletti, De Vincenti, Martina, Fedeli, Calenda. Presenze liquidate dall’opposizione come passerelle, anche se è innegabile che nell’isola più di un risultato sia arrivato. Il Patto per la Sardegna ha portato risorse e investimenti. Il sogno del metanodotto, salvo retromarce a 5 stelle, è a un passo dal diventare realtà. La vertenza Alcoa vede la luce dopo anni di illusioni e rinvii. E anche sulle servitù militari l’isola è riuscita a riprendersi parti (ancora troppo piccole, a onore del vero) da decenni nelle mani della Difesa. Risultati concreti, ma solo fumo per i cittadini che ogni giorno devono fare i conti con il lavoro che non c’è, o al massimo è stato ulteriormente precarizzato dal jobs act, con tasse alle stelle e servizi ridotti al minimo. Il Sulcis Iglesiente è la provincia più povera d’Italia, il tasso di disoccupazione giovanile supera il 70 per cento (contro la già alta media regionale del 56). C’è fame, insomma. Il lavoro prima di ogni cosa, tanto che pur di avere un reddito garantito si è disposti a ingoiare una fabbrica che produce bombe. E proprio la necessità di uno stipendio, almeno per garantire la sopravvivenza, ha tirato la volata ai 5 stelle. Premiati nonostante - mentre il ministro Calenda chiudeva positivamente la vertenza Alcoa - tutti i suoi candidati si impegnavano ad archiviare definitivamente l’era dell’industria pesante.

Ma il rigetto verso la sinistra parte da lontano. Segno che non ha perso di vista il suo elettorato solo in Italia. In America la classe operaia ha votato Trump, in Inghilterra ha scelto la Brexit, in Francia ha portato Le Pen al ballottaggio. E da noi ha premiato i 5 stelle, molto più della Lega che ha superato la doppia cifra grazie al patto col Psd’Az. A regalare le percentuali più alte al Movimento è stato il Nuorese, l’ex Emilia sarda. In Barbagia il centrosinistra ha sempre viaggiato tra il 50 e il 60 per cento. Il 4 marzo si è fermato al 13, superato anche da Forza Italia. Per il centro Sardegna la disoccupazione è un tunnel senza uscita. Piani e contropiani non bastano alle zone interne per rivedere la luce. E nel frattempo la mannaia statale taglia di tutto e di più: scuole, caserme, uffici postali, ambulatori. E soprattutto risorse. Oggi i Comuni sono alla canna del gas, non riescono a dare risposte ai cittadini, che però continuano a rivolgersi ai loro sindaci. «Noi siamo dei parafulmini – dice Tito Loi, sindaco di Osini –. Tutto si scarica su di noi, anche perché la Provincia non c’è più e Regione e Stato sono lontanissimi». Regione e Stato che in questi ultimi anni avevano, e nel primo caso hanno ancora, la targa Pd. «Nel 2011 l’80 per cento dei sindaci aveva una tessera di partito in tasca.
Oggi l’80 non la ha più – racconta il presidente Anci Emiliano Deiana, tra i pochi che nonostante tutto fa ancora parte della famiglia Pd –. I partiti hanno smesso di rappresentare le comunità locali». E le comunità locali, piccole e grandi, li hanno puniti. Il Pd più di tutti.



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